Tra Marsigliese e Cristo Re. A proposito di cristiani, società, laicità e dintorni

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Foto: Michele Serra: “Io per la Marsigliese morirei. Per Cristo Re no”

MICHELE SERRA NON HA DUBBI

“Io per la Marsigliese morirei. Per Cristo Re no”. Così, senza mezzi termini, s’è espresso recentemente Michele Serra, giornalista e scrittore di grido, su un quotidiano nazionale. Quando l’ho saputo, m’è venuto da piangere, non per Cristo Re, che, poveretto, agli sberleffi per la sua regalità è abituato fin dalla coronazione di spine, ma per chi s’è lasciato sfuggire una simile grossolanità.

La Marsigliese è l’inno trionfale della Rivoluzione Francese e dei suoi tre princìpi (libertà, fraternità e uguaglianza) che sono i pilastri della nostra civiltà occidentale. Certamente Michele Serra intendeva dire di essere pronto a morire per questi tre pilastri di civiltà e nella passione suscitata dalla barbara strage di Parigi la sua disponibilità a morire per loro gli fa onore e ha di sicuro molti alleati. A quanto pare, però, non lo disturba minimamente il pensiero delle centinaia di migliaia di morti, di cui moltissimi del tutto innocenti, che i principi rivoluzionari sono costati. Si vede che anche lui è d’accordo con i francesi che, per giustificare questo spiacevole dettaglio, sostengono che “non si può fare una buona omelette senza rompere qualche uovo”. Ma, a parte questo, i tre principi rivoluzionari sono innegabilmente tanto preziosi che non si può non celebrarli con le sonorità della Marsigliese e non essere pronti a morire per salvaguardarli.

PER MICHELE SERRA, COME PER PILATO, GESÚ È UN RE DI BURLA

Quello che fa tristezza fino alle lacrime è il rifiuto netto di Cristo Re che il Serra esprime nel suo articolo con una brutalità incomprensibile. Lasciamo pur perdere il fatto che i tre principi della Rivoluzione Francese puzzano di cristianesimo tanto che anche il naso più laico, non raffreddato dal pregiudizio, ne potrebbe rimanere stordito. [“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1); “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8); “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34)]  Ma veniamo al processo di Gesù davanti a Pilato. È lì che egli dichiara la sua regalità. È una scena paradossale, è vero. Infatti colui che afferma di essere re e di essere nato per questo è lì miserevolmente in balia del procuratore del più potente impero del tempo. Nonostante ciò, egli sostiene la sua parte con serena maestà e arriva a tranquillizzare Pilato e tutti i Michele Serra della storia che temono o scherniscono la sua signoria. “Non temete! Il mio regno non  di questo mondo

MA GESÚ È IL SOLO VERO SIGNORE DELLA STORIA

Non è di questo mondo?  Allora è forse una fisima campata per aria? Niente affatto, caro Serra. Non è di questo mondo, ma è ben collocato nel mondo. È come un pugno di lievito che ha la forza di far fermentare tutta la massa della storia, refrattaria a qualsiasi valore spirituale. Pilato a un certo punto non si cura più di lui, perché si è convinto che l’impero romano non ha nulla da temere da quel poveraccio. Lascia il povero Cristo in mani brutali che lo flagelleranno, lo sbeffeggeranno coronandolo con una corona di spine e per finire lo faranno morire in croce. Povero re giustiziato e sepolto! Che fa di Gesù il Signore, il Re, è la sua risurrezione, alla quale nessuno assiste, ma di cui egli ha lasciato segni chiari e tangibili, primo fra tutti la presenza e la continuità efficace, nonostante tutto, della sua Chiesa nella storia. Egli è evidentemente Re e Signore della storia per il semplice fatto che ha vinto la morte e l’ultima parola da allora in poi in qualunque situazione sarà sempre sua.

MICHELE SERRA E BENEDETTO CROCE

A questo punto Michele Serra obbietterà che alla regalità rivoluzionaria di Cristo può dar credito solo chi lo pensa davvero risorto. Sbagliato! Benedetto Croce, che di sicuro non era un bigotto “cristero”, considerando il seguito della storia dopo Cristo, nel 1942 scriveva: “Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta». Secondo lui le altre rivoluzioni «non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate». E, quasi prevedendo un’obiezione di fondo da parte dei sostenitori delle rivoluzioni moderne, il filosofo napoletano precisava e completava, ma ribadiva il suo pensiero: «Le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana… La rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità».  [Cfr: La Critica, LV, 1942 pp.289-297 e il carteggio fra Croce e Maria Curtopassi (Dialogo su Dio. Carteggio 1941-1952) ed. Archinto (pp. 11-33)].

Davanti a simili affermazioni di un laico doc come Croce, non si pretende che Michele Serra cambi parere e preferisca il “Noi vogliam Dio” alla Marsigliese, ma che almeno affini un tantinino la grana innegabilmente un po’ troppo grossa delle sue esternazioni.

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