Così a Tunisi viviamo con il coprifuoco. I giovani chiedono lavoro, dignità e libertà. Riparte la protesta

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“Ci sarà il coprifuoco da stasera – mi dice la collega venerdì pomeriggio -: mi ha appena chiamato mio padre per comunicarmelo”. Entrambe ci fiondiamo subito su internet per cercare le ultime notizie su quello che sta succedendo in Tunisia. Da una settimana i tunisini hanno di nuovo fatto sentire la loro voce, a distanza di cinque anni dalla cosiddetta “Rivoluzione della dignità”. Il tutto è iniziato a causa della morte di un giovane laureato disoccupato: Ridha Yahyaoui, 26 anni, di Kasserine, morto fulminato dopo essere salito sabato scorso su un palo della luce in segno di protesta poiché il suo nome era stato cancellato dalla lista di assunzione nella funzione pubblica e rimpiazzato all’ultimo da altri, è diventato il “martire della disoccupazione”. La sua morte ha innescato tutta una serie di proteste, represse dalla polizia, che man mano si sono allargate a macchia d’olio ad altre città della Tunisia, sollevatesi in segno di solidarietà, da sud a nord, fino ad arrivare alla capitale. Accanto alle proteste sono successi anche episodi di saccheggi – resta il punto interrogativo se si sia trattato di piccoli criminali che hanno approfittato della situazione o di persone pagate appositamente per screditare i movimenti di protesta -: proprio per questo motivo e per cercare di tenere sotto controllo la situazione, il governo tunisino ha dichiarato il coprifuoco su tutto il territorio nazionale, dalle 20 alle 5. E’ il secondo coprifuoco che vivo qui in Tunisia, attivato dall’ultimo attentato al pullman della guardia presidenziale a fine novembre e durato un mese. La parola coprifuoco genera sentimenti quasi allarmanti , ricordo la preoccupazione nel comunicarlo a genitori ed amici che si trovano dall’altra parte del Mediterraneo. In realtà non è niente di così preoccupante in una situazione del genere, anche se ovviamente è una limitazione alle libertà personali. Entro le 20 bisogna essere a casa: se qualcuno fosse trovato per strada – a parte chi lavora di notte e chi per motivi di salute deve recarsi in ospedale – verrebbe immediatamente portato ai posti di polizia e sarebbe sottoposto a controlli ed interrogatori. Ci si organizza diversamente nell’incontrare gli amici, si sta più attenti all’ora, ma non ci si chiude certo in casa se non negli orari prescritti. Guardando il bicchiere mezzo pieno, può essere un modo per cercare di stare di più insieme alla famiglia. Sabato pomeriggio ad ogni modo il centro di Tunisi era come sempre un via vai continuo di gente, nei bar dell’avenue Bourguiba, la strada principale della città, si faticava a trovare posto, le chiacchiere e la gioia di vivere hanno come sempre sovrastato le preoccupazioni. Sul web c’è chi scherza dicendo che grazie al coprifuoco, tra nove mesi ci sarà un boom di nascite. Eppure il pensiero non può non andare a quei giovani di Kasserine che sono scesi in strada contro la corruzione, il nepotismo, per chiedere il diritto al lavoro e che le disparità tra le varie regioni vengano dipanate. Le istanze che nel 2010 il popolo tunisino aveva chiesto a gran voce, “Libertà, lavoro e dignità nazionale”, non sono state rispettate ed è per questo che sono scesi nuovamente in strada. Quei giovani non sono così diversi dai coetanei italiani: vogliono vivere e non sopravvivere, vogliono lavorare, con uno stipendio che sia adeguato al costo della vita, vogliono vedere riconosciuti i propri meriti.

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