De Rita: l’Italia “In letargo” sta attenta e risparmia. Ma diventa anche più creativa

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«Viviamo in un clima di mediatica attesa e di annuncio della ripresa, che però non si tramutano in un nuovo investimento collettivo, perché dopo una lunga stagione di grandi illusioni che ha dominato l’Italia negli anni Novanta, in quella della Seconda Repubblica, del rinnovamento e dell’innovazione, è piombata la delusione. In più è arrivata la botta della crisi economica, a questo punto come se fossimo degli animali, la società italiana si è messa a testuggine, a copertura, a difesa. Questo non crea le possibilità, anche per il Premier italiano più bravo, di poter proporre una ipotesi positiva di lungo periodo: “riprendiamo il cammino”, “abbiamo grandi spazi di crescita”, “abbiamo grandi prospettive di gloria”. Questa è una ragione vera, realistica, storica. Se vogliamo fare un po’ di politica, devo dire che i modelli di sviluppo su cui ci stiamo “arrabattando” da un po’ di tempo a questa parte, non sono capaci di cogliere una dimensione collettiva. Si può stimolare un po’ di consumi, si può in qualche modo esaltare la filiera agro-alimentare, si può fare qualcosa su qualche realtà locale, ma non si mobilita la gente, perché non c’è un progetto. Ricordo sempre che il “miracolo italiano” tra il 1955 e il 1960 fu un miracolo fatto da milioni di persone, ma c’era anche una classe dirigente che disegnava il futuro. Nell’Italia del Terzo Millennio la classe dirigente non disegna nessun futuro, però mi rendo conto che per lei, classe dirigente, sarebbe difficile, perché è difficile disegnare qualche cosa di fronte a una società che si è chiusa un po’ a testuggine». Giuseppe De Rita, 82 anni, fondatore e Presidente del Censis (Centro studi investimenti sociali), commenta i dati emersi dal Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2015 dai quali emerge una società «a bassa resistenza e con scarsa autopropulsione». Infatti, «il nostro Paese ha perso il gusto del rischio. L’Italia ha avuto una grande reazione alla grande crisi del 2007/2015 in cui sembrava che stesse tutto per crollare. La reazione è stata quella di sopravvivere, di indurire i nostri modi di comportamento, di risparmiare tanto, di essere sobri soprattutto nei consumi. È un meccanismo di difesa rispetto alla crisi del 2007 che porta a una scarsa propensione al rischio: consumo di meno, divento sobrio, mangio in maniera diversa e poi risparmio tanto. La sobrietà è esattamente il contrario del gusto per il rischio».

Per il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2015, l’Italia è ferma, immersa in un “letargo esistenziale collettivo”, la politica tenta di “trasmettere coinvolgimento e vitalità al corpo sociale”, ma non ci riesce. Ha definito questa situazione “limbo italico”, citando Filippo Turati, fatto di “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”. Desidera chiarire la Sua riflessione?

«Siamo un Paese che non va molto indietro e non va molto avanti. La nostra prima sintetica ipotesi di interpretazione era la società dello “zero virgola”, perché da anni ci entusiasmiamo se passiamo dallo 0,1 allo 0,3 e ci buttiamo giù se passiamo dallo 0,7 allo 0,5. Siamo un Paese dello “zero virgola” e questo “zero virgola” crea una realtà di incertezza, insicurezza, non si va né avanti, né indietro. Per questo ci era piaciuto fare il discorso sul limbo, perché il limbo è un luogo immaginario della non maturazione, del non andare avanti, è il luogo della sospensione. Questo passaggio dallo “zero virgola” al limbo ci portava a farci la seguente domanda: Ma in questo limbo, fatto di “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”, il singolo come si pone? Lì è scattato il meccanismo di un letargo esistenziale, cioè di un complesso di singoli, non è tutta la società che è in letargo, sarebbe impossibile dirlo. Questo ha avuto un successo di stampa maggiore, forse la parola letargo era più accattivante, il Presidente del Consiglio ha subito controreplicato “non siamo in letargo”, quindi la parola “letargo” è passata come connotante del nostro Rapporto 2015».

Secondo il Rapporto Censis 2015, gli italiani non si muovono più come collettività, ma da singoli mettono a reddito il patrimonio immobiliare (560.000 bed&breakfast con un rispettabile fatturato di 6 miliardi di euro), inventando nuove forme d’imprenditoria all’insegna dell’“ibridazione”, coniugando semmai gastronomia e turismo, design e artigianato, moda e piattaforme digitali. Sono segnali positivi?

«Sì, sono segnali positivi. Da una parte ci sono realtà in cui c’è gente che ci mette la faccia, un po’ di energia ed entusiasmo, per esempio nell’apertura di nuovi negozi, di bed&breakfast. C’è una vitalità individuale, mononucleare, vi sono settori nuovi, pensiamo a quanto stanno diventando importanti tutti i meccanismi della filiera della gastronomia, ristoranti all’estero, prodotti tipici. È un nuovo Made in Italy che va ad aggiungersi, non a sostituire, al vecchio Made in Italy di lusso».

Il 49mo Rapporto annuale del Censis ha evidenziato che tra gli investimenti ritorna il mattone come segnala il boom delle richieste di mutui (+94,3% nel periodo gennaio-ottobre 2015), e l’andamento delle transazioni immobiliari (+6,6% di compravendite di abitazioni nel secondo trimestre del 2015). Eppure il nostro Paese è ancora l’Italia dello “zero virgola”, dove le variazioni congiunturali degli indicatori economici sono ancora minime. È anche per questo che “continua a gonfiarsi la bolla del (cash) risparmio cautelativo, che supera i 4000 miliardi e non si riaccende la propensione al rischio”, come scrive il Rapporto?
«Il risparmio è il grande fenomeno degli ultimi tre/quattro anni. Stavamo piangendo che non si vedeva un euro in tutto lo Stivale, invece scopriamo che abbiamo due volte il debito come ricchezza privata. Abbiamo ricominciato a reinvestire. La maggior parte dell’investimento è immobiliare, l’unica forma di investimento che dà segni di ripresa arriva dalla casa. I mutui raddoppiano, anche se molto spesso sono in realtà sostituzioni con nuovi prestiti a tassi più vantaggiosi».

Questo “cash cautelativo” fatto di molti depositi e contanti, denari “pronti all’uso nel brevissimo periodo”, sono la dimostrazione che il nostro Paese ha perso la capacità di progettazione per il futuro e di disegni programmatici di medio periodo?
«No, il meccanismo mentale degli italiani è “mettiamo da parte qualche cosa”. In più l’articolazione del risparmio di una volta era soprattutto rivolto verso i Bot, ora è differenziata, c’è il ritorno alla banca, anche se rende poco e crea qualche problema come vediamo in questo momento, c’è la polizza vita. C’è anche il risparmio “cash”, in banconota, non messa in banca, ma depositata nel primo cassetto della scrivania in caso servisse. C’è una articolazione del risparmio, non c’è un trasferimento dall’una all’altra forma».

Durante la presentazione del Rapporto ha precisato che nella nostra società la continua invasione della cronaca nella vita quotidiana, non solo non la riempie, “ma inietta in essa il virus della disconnessione, della disarticolazione delle strutture e dei pensieri”. È un male prettamente moderno e impossibile da sanare?
«Credo che sia un male oltre che moderno, inevitabile, nel senso che tutto il mondo vive di cronaca, però la cronaca lo vediamo tutti i giorni, angoscia, mette in ansia, notizia per notizia, sono sempre quelle più ansiogene e ansiose che vanno in prima pagina. Ma non è soltanto questo, è il fatto che anche il giorno dopo le notizie ansiose, sono sostituite da altre notizie ansiose, non c’è nessuna elaborazione della notizia di oggi, dell’ansia di oggi, della paura e della speranza di oggi. Domani saranno altre notizie. La disconnessione è proprio qui, in questa incapacità di mettere insieme i pensieri sulle cose, quindi sono pensieri che non ci sono su cose che vagano ogni giorno, sempre diversi».

Il Rapporto che a distanza di quasi cinquant’anni continua ad animare il “racconto” ideale dell’Italia, ha posto in rilievo come quest’anno ci sia stato un generoso impegno a ridare slancio alla dinamica economica e sociale del Paese attraverso il rilancio del primato della politica. In che modo e quale consiglio si sentirebbe di dare al Premier Renzi che parla spesso di ripresa che sta per arrivare e che il giorno stesso della presentazione del Rapporto ha dichiarato che il Paese non è in letargo ma “si sta per mettere in moto”?

«Questi sono discorsi da cronaca, nel senso che la cronaca ha bisogno di annunci del genere “stiamo ripartendo”, “la locomotiva si è messa in moto”. Sono tentativi, anche generosi, di dire “ragazzi, forza, noi italiani ce la possiamo fare, io sono qui per cambiare il verso”. Ho usato la parola “generoso” perché c’è nella cultura dell’attuale Presidente del Consiglio questa specie di buona volontà elevata al cubo. Avoglia a dire “venite con me che cambiamo verso”, purtroppo per Renzi e per il nostro Paese gli italiani sono un po’ meno entusiasti, un po’ meno mobilitabili nell’entusiasmo. Sono più restii, più semplici, più cinici. Stanno a guardare, piuttosto. Anche il Premier rischia che gli italiani restino a guardare piuttosto che schierarsi con lui».

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