Gentilissime signore. Dieci lettere alle donne della Bibbia/Betsabea, madre di Salomone

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Immagine: Marc Chagall, Davide e Betsabea

LA SUA STORIA RACCONTATA IN UNA STALLA, TRA PLIFFETE E PLAFFETE

Nobilissima Signora Betsabea,

​scrivere ad una regina non è da tutti e non è cosa di tutti i giorni. Se poi si scrive alla sposa prediletta di Davide, il più grande dei re della Bibbia, e alla madre di Salomone, l’uomo più sapiente di tutta la storia, a chi non tremerebbe la penna in mano?
​Per farmi passare l’emozione, le racconterò come ho sentito parlare di lei la prima volta. È una storia divertente da film “L’albero degli zoccoli”. Me l’ha raccontata mia madre quando ero ragazzino alle prese con i primi rudimenti del catechismo morale.
​Deve sapere, Signora, che quando mia madre era giovane, nelle lunghe sere d’inverno, la gente si ritrovava nelle stalle dove, a fianco degli animali che fungevano da calorifero, veniva ricavata un’area per le riunioni familiari. In queste riunioni anche di più famiglie insieme, si giocava, si chiacchierava, si cantava, si pregava e si raccontavano delle storie. C’erano dei raccontatori bravissimi che passavano tranquillamente dal genere edificante al genere “horror” o alle comiche.
​In una di quelle serate – raccontava la mamma – una signora, saputella anzichenò per aver letto più volte la “Storia sacra”, spiegò ad una piccola folla che, al calore delle bestie e al lume della lucerna, pendeva dal suo labbro istruito, la differenza tra il peccato veniale e quello mortale e lo fece usando proprio la sua storia, Signora. “Quando il santo re Davide vide la bella Betsabea al bagno, ebbe a desiderarla: E lì, plìfete! Dal desiderio passò al toccamano. E ancora, plìfete! Dal toccamano passò all’amplesso. E allora, plàfete!”. Superfluo dire che da questo momento per quei galantuomini la differenza abissale tra il peccato veniale e quello mortale fu chiarissima, lampante. E fu così che, per via di questo ricordo d’infanzia, la sua storia, tanto tragica e sconcertante, per me ha e avrà sempre anche una connotazione comica invincibile.

POSSO PARLARLE DEI SUOI INTRIGHI MATERNI A FAVORE DEL FIGLIO?

​Questa lettera però gliela sto scrivendo col permesso di San Pietro per un altro motivo. Vorrei ragionare con lei dei suoi rapporti con Salomone, il suo augusto figliolo. Lei, sappiamo dalle divine Scritture, gli era attaccatissima, al limite della morbosità, forse per il fatto di averlo avuto come conforto dopo la morte del “figlio del peccato”. Il giovane Salomone, pur avendo altri fratelli prima di lui, è assurto alla gloria di succedere sul trono al grande Davide per grazia di Dio, certo, ma un po’ (tanto!) anche per gli intrighi materni. Non è vero?
​Il Signore, si sa, per realizzare i suoi progetti e le sue promesse, si serve di ogni cosa, anche di una mascella d’asino come nella storia di Sansone. Questa volta si è servito di lei e della sua furbizia femminile. Perché suo figlio la spuntasse sui fratelli nella bagarre per la successione, lei non ha esitato a far leva sui sensi di colpa del re, suo marito, che non dovevano essere piccoli, e sull’appoggio di Natan, il… confessore del re, che nel suscitare i rimorsi reali aveva già avuto successo.
​Il ragazzo Salomone, trovatosi re per intrigo materno, ha dimostrato subito di aver imparato bene la lezione della furba genitrice e nei primi atti di governo si è rivelato anche più scaltro e più cinico di lei nello spazzar via tutti coloro che venivano ad ostacolare la sua piena egemonia.

DIO SI È SERVITO ANCHE DELLE SUE FURBIZIE

​Ora lei, Signora, è nella gloria di Dio clemente e misericordioso e non può non essere serenamente d’accordo con chi ritiene che la sua storia, la vostra storia, è stata poco edificante, per non dire, scandalosa. Però, vede? Il suo nome figura nella genealogia di Gesù riferitaci da Matteo a differenza di quello di tante altre signore, se permette, molto più in regola di lei con i comandamenti sesto e nono. E il suo regale figliolo, divenuto in seguito – questa volta per puro dono di Dio – il più saggio di tutti gli uomini, malgrado tutto, è stato un grande pastore del suo popolo, almeno fino a quando anche lui non si è perso indecorosamente dietro a gonnelle senza scrupoli e senza fede.
​A volte i miei catechisti si scoraggiano quando si trovano alle prese con dei furbastri che hanno alle spalle madri protettive ed intriganti. “Che cosa si può sperare in questi casi?” mi chiedono sconcertati. Glielo dica lei, Signora, che non disperino mai, nemmeno nei casi peggiori. Se glielo dirà lei con la sua storia, ci crederanno. Almeno lo spero. Lo faccia, Signora, e nella valle di Giosafat, quando ci troveremo per il giudizio universale, le sarà imputato a giustizia.
​Intanto gradisca il mio omaggio più deferente.

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