Il racconto mapuche di Sepulveda sul cane che insegna la fedeltà. Una favola (malinconica) sulle radici

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«L’unico nome a cui rispondo è Aufman, leale e fedele. Così mi ha chiamato la Gente della terra». Luis Sepulveda nella «Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà» (Guanda, con le suggestive illustrazioni di Simona Mulazzani) torna nella terra dei mapuche, come dice lui stesso, «per colmare un debito. Ho sempre sostenuto che gran parte della mia vocazione di scrittore nasce dal fatto di aver avuto nonni che raccontavano storie, e nel lontano Sud del Cile ho avuto un prozio mapuche». Lo zio al tramonto raccontava ai bambini favole nella sua lingua, il mapudungun: «Io non capivo cosa dicevano tutti gli altri mapuche – racconta Sepulveda – però capivo le storie che narrava il mio prozio». Allo stesso modo Sepulveda intesse il suo racconto con un tono nostalgico, disseminato di termini mapudungun, spiegati alla fine in un glossario. Un vecchio cane lupo, Aufman, parla della sua vita con i mapuche, la «Gente della terra», la sua amicizia con Aukamañ, il bambino indio che è stato per lui come un fratello, l’arrivo dei wingka, stranieri «con le armi che uccidono». Il destino di Aufman è nel suo nome: si sente chiamato a una missione speciale, come fedele custode del giovane Aukamañ. Nella vicenda ci sono diverse note di attualità: lo scontro di civiltà e di culture, il forte richiamo alla sensibilità ecologica e al valore della vita comunitaria, che rendono nel complesso interessante questo piccolo libro (49 pagine appena), anche se con qualche ombra. Sepulveda usa il linguaggio delle favole per parlare a piccoli e grandi dei valori in cui crede: l’amicizia, l’impegno politico e civile, il rispetto per gli uomini e per la natura, la fedeltà. I protagonisti sono sempre animali, e lui si pone apertamente nel solco di una tradizione letteraria che va da Esopo a La Fontaine. Le favole rappresentano anche i suoi titoli di maggiore successo editoriale. Gli esiti però non sono sempre alla stessa altezza: se «La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare» aveva una fresca originalità che catturava subito i lettori e lasciava il segno (ha venduto oltre due milioni di copie ed è diventata un classico), nelle opere successive la componente retorica e quella moralistica si sono fatte via via più pesanti. Fino al tono un po’ malinconico di quest’ultima fiaba, con il sapore di un racconto mapuche, sì, ma un po’ sbiadito, privo dell’energia che ha animato, fino a un certo punto, l’opera dello scrittore cileno (autore di grandi romanzi come «Il vecchio che leggeva romanzi d’amore»). Come una ricetta tradizionale cucinata in un fast food.

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