Papa Francesco alla Sinagoga di Roma. Il rabbino Riccardo Di Segni: «Una visita controcorrente. Segno di pace in un mondo dilaniato dalla violenza»

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«Siamo in attesa di questo grande evento che per noi ha due significati fondamentali. Il primo è di continuità perché questo Papa vuole segnare con la sua presenza la stessa strada percorsa dai suoi due predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Bergoglio con la sua presenza conferma per la terza volta che rispetto a una strada già tracciata non si torna indietro. Il secondo significato importante è il segnale in controtendenza, infatti, in un mondo che in questo periodo è dilaniato da una violenza ispirata dalla religione, noi diamo un segno di amicizia e di collaborazione tra due grandi religioni monoteiste». Il Rabbino Capo Riccardo Di Segni interpreta in nome della più grande comunità ebraica italiana, della quale è guida spirituale dal 2001, quel sentimento di grande attesa e partecipazione che circonda la visita di Papa Francesco, il quale rispondendo all’invito del Rabbino e a quello della Comunità Ebraica di Roma, si recherà nel pomeriggio del prossimo 17 gennaio presso il Tempio Maggiore della Capitale, una delle più grandi sinagoghe d’Europa. Non sarà questa una visita né istituzionale né tantomeno “ingessata”, Papa Francesco nel solco dello storico abbraccio tra Papa Wojtyla e l’allora rabbino Elio Toaff avvenuto trent’anni fa, e nel corso di un’ora e mezza di permanenza, incontrerà la gente della comunità ebraica: giovani e meno giovani compresi gli ex deportati sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, dieci giorni esatti prima che ricorra il Giorno della Memoria. Bergoglio all’interno del Tempio pronuncerà un discorso ufficiale e il pensiero del Rabbino Di Segni andrà sicuramente al discorso di San Giovanni Paolo II, il quale, il 13 aprile 1986 fu il primo Pontefice nella storia dai tempi dell’apostolo Pietro a visitare una Sinagoga. Celebre la frase del Papa polacco che stabilì un nuovo corso nelle relazioni tra le due religioni, cattolica ed ebraica:  “La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”. «Il ricordo di quell’evento è la sensazione di aver partecipato a qualcosa di epocale», rammenta Di Segni, nato a Roma il 13 novembre 1949, di professione medico. «Wojtyla ebbe la grande intuizione di trasformare discorsi teologici difficilmente comprensibili in atti concreti che fossero accolti dalle masse. In questo senso la visita compiuta da Giovanni Paolo II nell’aprile del 1986 alla Sinagoga di Roma spianò la strada a una comprensione, a una collaborazione e a un rispetto che prima si stentava a costruire», dichiara il Rabbino. Il 17 gennaio 2010 fu Papa Benedetto XVI a visitare la Sinagoga. Allora Ratzinger nel suo discorso ufficiale, ponendo l’accento sulla continuità tra la sua volontà di amicizia e di dialogo rispetto a quella perseguita da papa Wojtyla 24 anni prima, tra le altre cose disse “siano sanate per sempre le piaghe di antisemitismo cristiano”. Chiediamo a Di Segni se a distanza di sei anni le piaghe alle quali si riferiva il Pontefice tedesco siano state almeno in parte sanate. «L’antisemitismo è una bestia che si veste in tanti modi differenti. C’è una grande tradizione teologica che l’ha sostenuto e che ha cercato di combattere contro le radici ebraiche del cristianesimo. In merito a questo l’opera di Benedetto XVI, per quanto poco conosciuta, è stata molto importante e d’impatto decisivo. Ora l’antisemitismo si presenta con molte facce, non c’è soltanto l’aspetto strettamente teologico ma anche l’aspetto politico e su questo credo ci sia la buona volontà di Papa Francesco di opporsi a tutto ciò». Mai come adesso l’esigenza del dialogo interreligioso, appare sempre più forte, “costruire ponti” per “abbattere i muri”, tanto caro al pensiero di Bergoglio, quel dialogo che “quando è costruttivo, serve anche a superare la paura verso le diverse tradizioni religiose e verso la dimensione religiosa in quanto tale”, è un fenomeno “in aumento nelle società più fortemente secolarizzate”, come ha rilevato lo stesso Papa Francesco. Rispetto a ciò Di Segni è convinto che «la società secolarizzata è una realtà con la quale dobbiamo assolutamente misurarci, testimoniando i nostri valori e l’importanza per la crescita della società che questi valori hanno. Anche il fatto che ci si presenti con tradizioni religiose l’una dissimile dall’altra ma disposte a collaborare, è un fatto assolutamente positivo». Ma chiediamo al Rabbino nella Sua veste di guida spirituale della più grande comunità ebraica italiana, la più antica della diaspora occidentale, in quale modo osserva questa continua ondata d’immigrazione che senza dubbio sta già cambiando il volto del Vecchio Continente, che ci replica: «La nostra storia e la nostra tradizione ci impongono il dovere di solidarietà rispetto a chi fugge dai luoghi natii dove non trova più speranze e dove è a rischio di povertà se non addirittura di vita. Quindi il tema dell’accoglienza è centrale ma non deve andare disgiunto dalla precisazione e dalla condizione fondamentale dell’accettazione delle regole essenziali di convivenza per chiunque entri nel mondo in cui viviamo. Se non c’è questa accettazione, anche l’accoglienza entra in discussione». Quindi gli sforzi di pace che andrebbero compiuti per dare una nuova iniezione di umanità in questa Europa ferita e impaurita sono innanzitutto «dare un’immagine di sé non violenta e disposta alla collaborazione. Chiedere a chiunque di rispettare le regole essenziali di convivenza», puntualizza Di Segni. Appare quanto mai significativo che Bergoglio si rechi oltretevere proprio durante il Giubileo della Misericordia che è appena iniziato e che avrà non solo una dimensione ecumenica ma anche una condivisione umana universale. Infatti, se sul versante ebraico nelle pagine dell’Antico Testamento vi sono riferimenti alla misericordia, sul versante islamico tra i nomi attribuiti al Creatore dell’Islam vi è quello di “misericordioso e clemente”. Come dire che se esiste un Dio misericordioso, i fedeli delle tre religioni monoteiste devono cercare strade per la fraternità, come ha indicato Bergoglio aprendo la prima Porta Santa a Bangui in Centrafrica.  A questo punto domandiamo a Di Segni, che cosa ne pensa? «Guardiamo con simpatia e rispetto alla celebrazione cristiana del Giubileo che è dedicato al tema della Misericordia, un tema centrale della nostra tradizione e che va sottolineato in questo momento in cui l’aspetto crudele di certe interpretazioni religiose sembra avere la preponderanza. Certamente senza parlare di condivisione umana universale di una celebrazione specifica di una religione, possiamo parlare di condivisione universale dell’esigenza della Misericordia», conclude il Rabbino al termine del nostro colloquio.

 

 

 

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