«Religione? Non è una materia di serie B: il vero sbaglio è non prenderla sul serio»

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Tutti, quando eravamo sui banchi di scuola, abbiamo stilato la classifica delle materie di serie A e di quelle di serie B: nella prima categoria rientravano quelle affidate ai professori più temuti o quelle considerate più utili in termini di prospettive di vita future, nel secondo gruppo, invece, quelle per le quali il minimo sforzo poteva garantire la massima resa o quelle, a detta di qualcuno, inutili perché senza un riscontro pratico, tra cui la discussa ora di religione. E a proposito di questa, qualche domanda a chi la insegna: Annamaria Gambirasio e Matteo Vitali. Annamaria insegna alle scuole medie di Trescore e, sempre a Trescore, anche all’istituto professionale, indirizzo commerciale e grafico-pubblicitario. Alla secondaria di primo grado insegna in dodici classi, ovvero a tutto l’istituto, alla secondaria di secondo grado a sei classi, due terze, due quarte e due quinte. Matteo conta quasi quattrocento alunni, insegnando ai due istituti comprensivi che costituiscono la secondaria di primo grado a Seriate, diciotto classi in totale. La prima domanda per entrambi è: qual è la tua lezione tipo? Cosa insegni e come? Che cosa la religione cattolica come materia scolastica, a livello umano e personale, aggiunge alle informazioni nozionistiche lo puoi dire in un secondo momento. Interessante e curioso, però, che nessuno dei due riesca a separare i due ambiti. «Organizzo le mie lezioni, gli argomenti che affronto, tratti dalla Bibbia per le scuole medie e dalla storia della Chiesa per le superiori, in tre momenti: c’è una prima fase di presentazione dei contenuti che espongo io, alla quale segue un lavoro personale, generalmente di gruppo, di analisi della tematica affrontata, durante il quale si approfondisce quanto spiegato e si creano confronto e discussione; per concludere, si riprende l’argomento iniziale, arricchito, però, dalla rielaborazione di gruppo e dal confronto con il vissuto personale, al quale si possono aggiungere testimonianze o attività». Matteo risponde: «La didattica che affronto si basa sull’ermeneutica esistenziale, cioè parto da una situazione reale nella quale i ragazzi potrebbero trovarsi e da questo punto sviluppo un percorso in tre fasi: la prima fase indaga le emozioni dei ragazzi in quella determinata situazione attraverso un’attività. Segue un secondo momento in cui la cultura, in senso lato, entra e si confronta con il tema, per poi arrivare alla terza fase, quella in cui si analizza la Bibbia. Perché quello che voglio che passi, è che la religione, come la cultura, sia uno strumento per diventare competenti di se stessi e della vita. Oggi nella scuola si parla spesso di competenza, ecco io credo che l’ora di religione, rispetto ad altre materie scolastiche, sia un passo più avanti, perché non si limita a contenuti nozionistici, ma offre, a partire dalle tematiche affrontate, un collegamento con la quotidianità. Con le altre materie imparo qualcosa, nell’ora di religione imparo chi sono, perché la Bibbia non si legge per scoprirne contenuti di fede, ma ti legge e ti chiede chi sei». Seconda domanda: hai anche alunni che appartengono ad altre religioni? Questa diversità genera tensione o produce ricchezza? «Alla medie i ragazzi sono prevalentemente italiani di cultura cristiana; chi appartiene ad un altro credo religioso non partecipa alle lezioni – risponde Annamaria. La proporzione cambia alle superiori, dove metà classe non è cattolica. In questo caso i ragazzi possono scegliere se rimanere in aula o meno e, in genere, in ogni classe uno o due studenti non cattolici restano in aula. Personalmente penso che, di fondo, regni una grande ignoranza a livello religioso, tanto per i cattolici, quanto per chi professa una fede diversa, per questo alla base dell’insegnamento non posso collocare contenuti di fede, prima di offrire ai ragazzi la possibilità di confrontarsi su chi sono. I ragazzi riconoscono, perciò, l’ora di religione come lo spazio e il tempo in cui esprimere emozioni e riflettere su quali valori stanno alla base del loro vissuto; soprattutto i più piccoli si sorprendono di fronte a domande che nessuno prima ha mai fatto loro». Matteo continua: «La presenza di ragazzi di altre religioni è in aumento nelle classi, ma sono meno della metà quelli che partecipano all’ora di religione. La questione è che è davvero difficile poter parlare di religione a chi conosce altre religioni, sia perché tra i ragazzi cattolici dilaga una non conoscenza di fondo, sia perché io non voglio trasmettere contenuti di fede, ma un mezzo per conoscere e conoscersi, confrontarsi e accogliersi reciprocamente, diverso dal tradizionale concetto di insegnamento di qualsiasi religione, anche se spiegare a chi professa una fede diversa i dogmi di quella cattolica può sicuramente essere una sfida e uno stimolo ad interrogarsi e capire in profondità quello che si tende a dare per scontato, senza chiedersi se lo si conosce davvero».

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