Tutto a testa in giù? Madre Teresa di Calcutta

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Foto: Madre Teresa di Calcutta (1910-1997)

Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. (Luca 14, 12-14)

Ci sono pagine di Vangelo che risultano insopportabili per chi le legge. Appaiono paradossali, scompigliano il lettore, lo mettono in discussione al punto da ritenere insensata e impraticabile la proposta cristiana. Qualcuno potrebbe perfino sostenere che Gesù, contro ogni buon senso, colloca tutto a testa in giù. Non solo qui ma anche in altri discorsi egli afferma che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, che il più piccolo è il più grande, che bisogna perdere la vita per guadagnarla, che peccatori, pubblicani e prostitute avranno la precedenza sui farisei e sui giusti alle porte del Regno. Che sono beati i miti in un mondo violento, i misericordiosi in una società di interessati… Eppure alcune di queste “strane” pagine hanno motivato e dato senso all’azione di molti santi e testimoni cristiani. Madre Teresa di Calcutta, che sarà canonizzata il prossimo 4 settembre, è una di questi.

CHI ERA MADRE TERESA

Agnes Gonxha Bojaxhiu, questo è il nome di Madre Teresa di Calcutta, nasce da una benestante famiglia albanese il 27 agosto 1910 a Skopje, oggi Macedonia. Il 25 settembre 1928, Agnes lascia la sua città per andare in Irlanda, a Rathfarnham, vicino a Dublino. Le suore Missionarie di Loreto, nelle quali entra, la mandano in India. Nel 1931, Mary Teresa del Bambin Gesù pronuncia i suoi primi voti; nel 1937 fa la professione perpetua. Per volere dei superiori, insegna geografia e religione al Collegio di St.Mary a Entally di Calcutta, di cui diventa anche direttrice. La miseria e la sofferenza di quella città non la lasciano in pace. La notte del 10 settembre 1946, suor Teresa sente di essere chiamata a servire i più poveri tra i poveri. E’ una “vocazione nella vocazione”. Nel 1948 chiede e ottiene il permesso di lasciare l’istituto di Loreto per dedicarsi interamente ai poveri. Madre Teresa fonda così, nel 1950, le suore Missionarie della Carità, prima presenti solo in India e, dopo il riconoscimento del diritto pontificio (1965), attive in più di cento Paesi, dove gestiscono scuole di periferia, ospedali per lebbrosi o malati di Aids, centri di accoglienza per orfani, handicappati, moribondi. A loro, ancor prima della fine del comunismo, viene concesso di aprire case in Urss (e a Cuba).
Il 10 dicembre del 1979, Madre Teresa riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace. Muore a Calcutta il 5 settembre 1997. Alcuni mesi prima, viene eletta la nuova superiora generale dell’Ordine: suor Nirmala Joshi, un’indiana convertita dall’induismo al cattolicesimo.

UN DIO COINVOLTO

La chiave per scoprire il senso di alcuni paradossi cristiani e per capire, in modo profondo, l’esperienza di Madre Teresa sta nel cuore stesso della proposta cristiana: Il Dio dei cristiani ha il volto e la storia di Gesù di Nazareth, è il Dio fatto uomo, che ha spezzato insieme agli uomini il pane, che ha camminato sulle strade della Galilea, che ha amato e abbracciato, ha pianto e consolato. Non è, dunque, il “motore immobile”, indifferente ai destini dell’uomo e della storia. È un Dio coinvolto, al punto da non esitare lui stesso a farsi uomo e a “pagare di persona” fino alla morte di croce. Dopo l’incarnazione, ogni uomo è icona di Dio e per questo i cristiani cercano, ancora oggi dopo duemila anni, in quella grande basilica che è il mondo, le tracce della sua presenza e del suo respiro. Ma come è possibile “amare il Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi?” Come si può rendere presente la tenerezza e la misericordia di Dio se non attraverso la tenerezza e la misericordia degli uomini? Non è forse ciò che dice san Paolo quando raccomanda di “gioire con chi è nella gioia e di piangere con chi è nel pianto”? Non è il nostro stesso Dio, il cui volto è dato dai miliardi di volti di uomini e donne che abitano la terra, a chiederci di renderlo presente nello spezzare il pane?

LO FACCIAMO PER GESÙ

Certamente non si può capire l’avventura umana e di fede di Madre Teresa riducendola esclusivamente al suo impegno verso gli altri. “Noi non siamo assistenti sociali. Noi cerchiamo di vivere una vita di contemplazione. Contempliamo Gesù nell’Eucarestia e Gesù nel povero abbandonato da tutti”. Per questo le Missionarie della Carità si alzano al mattino presto (alle quattro e mezzo), baciano il loro sari (“Questo abito mi ricordi che io non appartengo al mondo e alle sue vanità. Il mondo sia nulla per me e io nulla per il mondo. Questo abito sia per me come la veste battesimale, e mi aiuti a mantenere il cuore puro dal peccato”) e passano le prime ore della giornata, in cappella, in meditazione e preghiera di fronte al Crocefisso. “Bisogna che noi tutti troviamo il tempo di restare in silenzio e di contemplare, soprattutto se viviamo nelle metropoli come Londra o New York, dove tutto si muove tanto in fretta. Ecco perché ho deciso di aprire la nostra prima casa per le sorelle contemplative (la cui vocazione è pregare per buona parte della giornata) a New York anziché sull’Himalaya: ritenevo che silenzio e contemplazione fossero più necessari nelle città del mondo”. Solo dopo tutto questo, dopo aver lavato il sari indossato il giorno precedente e aver fatto colazione (tè e chapati in India, tè e pane nelle altre case del mondo) possono partire per il servizio ai poveri. Come nella migliore tradizione dei santi della carità, azione e contemplazione, impegno attivo e preghiera, sono strettamente collegati: non vi è uno senza l’altro.

UNA FEDE CHE SPOSTA LE MONTAGNE

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: alla morte di Madre Teresa erano quattromila le religiose che hanno scelto di condividere con lei la loro vita e sono oggi presenti in 120 paesi, in tutti i continenti. Un ordine che, come acutamente ha fatto Luigi Accattoli, ha realizzato un profetico e clamoroso rovesciamento di prospettiva: “d’origine europee ma naturalizzata indiana, Madre Teresa ha raccolto attorno a se una famiglia di suore in prevalenza asiatiche, che non solo si sono diffuse nei paesi del terzo Mondo, ma sono venute ad assistere i vecchi abbandonati, i drogati e gli emarginati di ogni tipo nel Nord del Mondo”.
Ritornano le caravelle: non dal Nord, come siamo abituati a pensare, ma dal Sud del mondo, per insegnare, con la vita, a chiamare ciascuno, a chiamare il povero soprattutto, per nome. Perché questa, forse, è la ragione della provocazione, ma anche del fascino di queste suore vestite semplicemente con un sari bordato di azzurro: noi siamo abituati ad amare al plurale, Madre Teresa invece ha cercato, per tutta la vita, di voler bene al singolare. “Ho raccolto un uomo per la strada, ed era mangiato vivo dai vermi e nessuno gli poteva stare vicino tanto puzzava. L’ho pulito e lui mi ha detto: “Perché fai questo?” Gli ho risposto. “Perché ti amo”.

LA SCELTA DELLA POVERTÀ

“La povertà è necessaria perché serviamo i poveri. Quando si lamentano per il cibo, possiamo dire: lo mangiamo anche noi. Dicono: faceva tanto caldo stanotte, non si poteva dormire. Possiamo rispondere: anche noi abbiamo avuto tanto caldo. I poveri si fanno il bucato, vanno scalzi: così facciamo anche noi. Dobbiamo abbassarci per elevarli. Il cuore dei poveri si apre quando possiamo affermare che viviamo come loro. A volte hanno un solo secchio d’acqua. Così anche noi. Fanno la fila: anche noi. Cibo, vestiario, tutto deve essere come quello che hanno i poveri. Non facciamo digiuni. Il nostro digiuno è mangiare quello che riceviamo senza scelte di sorta” Con gli ultimi della storia occorre liberamente scegliere di essere poveri e poveri “colmi di gioia”: anzitutto, per riconoscere la grazia del Signore che libera e dà senso alla vita e poi per essere simili a Gesù di Nazareth, “che spogliò se stesso”, scelse di essere uomo tra gli uomini, povero tra i poveri.
Qualcuno ha accusato Madre Teresa di aver frequentato con troppa disinvoltura i potenti del mondo, quelli che spesso contribuiscono ad aumentare il numero dei derelitti che lei e le sue suore si chinano a curare ed accogliere. Eppure tutta la sua azione è stata una denuncia implicita di un sistema che “produce” poveri. “La povertà non è stata creata da Dio. L’abbiamo provocata noi, io e te, con il nostro egoismo”. Un giorno le è stato posta la classica obiezione sul perché non insegna ai poveri a pescare invece di regalargli il pesce e lei ha risposto: “La nostra gente riesce appena a stare in piedi. Sono affamati, o malati, o disabili. Non sono neppure capaci di reggere la canna da pesca. Quel che io faccio è dargli il pesce da mangiare fin quando diventeranno abbastanza forti. Allora li consegnerò a voi, e voi gli darete la canna e gli insegnerete a prendere il pesce.”

Sì, è vero, a tanti cristiani illuminati è stato duro accettare una carità che non dibatteva sulle cause, ma agiva sugli effetti, punto e basta: dare da mangiare agli affamati, da bere all’assetato, abbracciare il malato di Aids, accompagnare il morente nel suo ultimo viaggio. Forse ha ragione Damilano quando scrive: “Duro, scandaloso per la nostra sensibilità anestetizzata. Impossibile soprattutto rispondere ad una domanda: e se fosse proprio questa la città dell’uomo, la “città della gioia” che sogniamo di costruire? E se fosse questa la rivoluzione cristiana che vagheggiamo, il rovesciamento di prospettive, la festa dei folli che attendiamo? Impossibile rispondere, appunto; tra i nostri sensi di colpa troppo facili da assolvere e il mistero della santità non c’è partita.”

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