«Buono è giusto»: pensieri intorno al compito di costruire comunità e al futuro del welfare

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Nei giorni scorsi nel salone principale del Palazzo Creberg di Largo Porta Nuova, è stato presentato il libro “Buono è giusto: il welfare che costruiremo insieme” di Johnny Dotti e Maurizio Regosa. L’incontro, moderato dalla giornalista de L’Eco di Bergamo Susanna Pesenti, è stato organizzato dalla Fondazione Credito Bergamasco e ha rappresentato un momento importante di riflessione, oltre che di sintesi di esperienze e sensibilità, su un tema fondamentale per il futuro della nostra società come il ripensamento del sistema di welfare. E l’incontro è stato caratterizzato da alcune parole, che fanno parte del nostro lessico quotidiano ma che forse andrebbero riscoperte: Comunità, Grazia, Insieme. «Non a caso grazie è il plurale di grazia: senza quest’ultima non accade nulla – ha sottolineato lo stesso autore, Johnny Dotti – e ci chiama alla trasfigurazione, che è un grandissimo compito. Le famiglie si trasfigurano se tornano ad essere ospitali, uscendo dai loro appartamenti: ospitate gli immigrati, è un regalo quello che ci sta facendo la vita. Occorre inoltre far accedere le persone alla vita, non al credito, e lo dico in una banca. Siamo pieni di case, l’ultima bolla è stata immobiliare e non a caso si chiama “sofferenza” in banca: è possibile che non riusciamo a fare di un problema un’opportunità? Gli oratori sono un punto vivo di questo poverissimo paese e devono ricordarsi da dove vengono. Tutti noi abbiamo davanti un tema educativo enorme: qual è la direzione che indichiamo ai ragazzi? Bisogna uscire da un’idea di rendita, per abbracciare l’impresa buona, basata sulla fiducia». L’intervento di Dotti è stato preceduto da quello del vescovo di Bergamo, Monsignor Francesco Beschi, che ha sottolineato: «Comunità è una parola che ha a che fare con qualcosa di preciso e di significativo: è il modo di concepire noi stessi in una vocazione alla relazione, che è inseparabile dall’essere persona umana. Voglio inoltre ricordare come comunità evochi la sua radice nella lingua latina, ossia “communitas”, che a sua volta contiene il termine “munus”: quest’ultimo significa “compito”. Comunità implica dunque la condivisione di un compito, di un dovere e anche di un potere. Sono convinto dell’importanza dell’affermazione dei diritti individuali, ma credo che talvolta ci sia un’enfasi su questo argomento: dovrebbe essere altrettanto forte sulle dimensioni comunitarie, che abbiamo un po’ smarrito. Parlare di welfare in termini seri significa evocare proprio questo. E difatti il contrario di “communitas” è “immunitas”: molti la reclamano per se stessi, ma spesso richiama la dimensione della solitudine. La seconda parola che ho trovato nel libro è “fede”. Tante volte quando incontro i giovani mi capita di dire loro che senza fede non si può vivere. L’avventura del welfare si basa proprio sulla fede, su quella fiducia comunitaria necessaria sotto ogni profilo. Benedetto XVI, nella Caritas Veritate, ci ha dato una lezione potentissima in questo senso: il venir meno della fede che precede ogni contratto, ogni regolamento, ogni legislazione. Ciò che pone fiducia è infatti la fedeltà: possiamo nutrire fiducia nella misura in cui possiamo contare sulla fedeltà. La terza parole è “accidia”, una tentazione a cui siamo tutti esposti, me compreso. Ciascuno di noi ha l’agenda strapiena, corriamo a destra e a sinistra, tra mille impegni: dove sta quindi l’accidia? Sta proprio lì, in questo vortice in cui troviamo la giustificazione delle pigrizie spirituali. La fatica di metterci in gioco, di scoprire possibilità nuove, sono infatti quelle che ci provocano davvero». In un mondo in rapida evoluzione anche la politica, che soffre della crisi della rappresentanza, è chiamata ad un compito diverso. «Il tema che il libro ci pone è costruire il welfare insieme, non intenderlo meramente come erogazione di servizi: tutto questo ci chiama a una rivoluzione, non solo ad un aumento della copertura per bisogni sempre più crescenti – ha spiegato il sindaco Giorgio Gori – in questo quadro occorre inoltre considerare quanto sia aumentata l’aspettativa di vita dal 1948 a oggi: in Italia abbiamo una gestione mediamente buona dei servizi alla persona e in questa regione sono sopra la media nazionale. Tutto questo però non può reggere nel lungo periodo. Il fatto che l’aspettativa di vita si sia impennata, con la prospettiva di allungarsi ulteriormente nei prossimi decenni, deve farci riflettere, anche perché si tratta di un allungamento nella fragilità. L’obiettivo, se vogliamo consolidare un tessuto sociale in cui l’esperienza del Terzo Settore si è sempre più consolidata, è far aggregare tra loro i bisogni: le relazioni e i legami sono dunque la chiave per un welfare che ci vede tutti protagonisti. E tutto questo si compie nei luoghi. In questo senso l’esperimento delle reti sociali di quartiere sta funzionando molto bene e occorre proseguire lungo questa strada». E anche il presidente della Provincia Matteo Rossi ha incentrato il suo intervento sulla necessità di cogliere un’occasione storica, ripensando il modello Bergamo, che deve passare “dalla logica di chi decide cosa” a “cosa decidiamo di fare insieme”. Alessandro Giussani, del consorzio Ribes, ha definito “Buono è giusto” un libro “denso di parole e di vita”, puntando sul senso della trasfigurazione, intesa come necessità di trasfigurare le nostre relazioni di cura, le nostre e altrui fragilità, la cittadinanza. Secondo il professor Mauro Magatti occorre “rimettere al centro la produzione di valore, di senso e di significato in un’età che per forza di cose è post-consumista. E Bergamo rappresenta un’avanguardia di questa nuova prospettiva”.

 

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