Il peccato ai tempi dei social network. Silvano Petrosino: «Non è un reato, ma un’opportunità perduta: quella di diventare uomini»

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Nelle omelie e in una certa pubblicistica religiosa ricorre l’idea che l’uomo del nostro tempo abbia sostanzialmente «perduto il senso del peccato» e che, di conseguenza, sia sordo a qualunque richiamo alla conversione. Interpellato da noi sulla questione Silvano Petrosino, docente di Filosofia della comunicazione e di Antropologia religiosa e media all’Università Cattolica di Milano, ritiene opportuno formulare due premesse: «Il primo punto – dice – riguarda il periodo appena iniziato, quello della quaresima, che la Chiesa considera “tempo forte” dell’anno liturgico: io credo che sia importante per chiunque, oggi, poter approfittare di un tempo di arresto, di riflessione, in un’epoca in cui normalmente siamo travolti da un flusso indistinto di notizie e sollecitazioni. Il secondo punto, in una prospettiva di fede, riguarda la centralità della passione di Cristo: è questo il vero fulcro delle celebrazioni quaresimali, rispetto al quale occorre pensare l’esperienza del peccato umano, che non va dunque “assolutizzata”».
Si ha comunque l’impressione che l’uomo contemporaneo – credente o non credente – sia allergico a qualsiasi prescrizione o divieto che gli giunga da fuori, che non sia sottoposto al vaglio decisivo della sua coscienza.
«Io credo che oggigiorno ci sia data una grande chance. Se si parte da una concezione legalistica del peccato, inteso come trasgressione di una norma imposta dall’esterno – sia pure da parte di Dio -, si rischia davvero di attribuire alla Chiesa il compito di esercitare un “controllo sociale”, basato su interdetti e sensi di colpa. Questa idea, per cui il peccato tende a configurarsi come un reato, risulta davvero estranea alla coscienza dell’uomo contemporaneo. Proprio per questo, tuttavia, noi abbiamo la possibilità di riformulare in una chiave più seria, più significativa, il discorso sul peccato, recuperando tra l’altro l’insegnamento originario della Bibbia in merito alla questione. Nelle Scritture ebraiche e cristiane, la colpa dell’essere umano è vista sostanzialmente come un’opportunità mancata, proprio nel senso in cui siamo soliti dire: “Peccato! Avrei potuto…, e invece…”».
Ci viene in mente che nel Nuovo Testamento, per indicare il «peccato», si usa il termine greco amartía; quest’ultimo significava originariamente «errore»: indicava l’atto di chi manca il bersaglio, di chi mette un piede in fallo…
«È vero. Tuttavia, occorre approfondire il significato dell’appello che la Bibbia ci rivolge: l’occasione che siamo invitati a cogliere è semplicemente quella di diventare uomini; di fatto, non si nasce uomini, ma lo si diventa; e molti, anzi, non lo diventano mai. Da questo punto, capiamo quanto sia inadeguata l’idea per cui i peccati consisterebbero in una serie di mancanze, rispetto a una lista di precetti; in realtà, la mancanza è una sola, e consiste nel cedimento a una chiamata di cui ogni essere umano, in modi diversi, è destinatario; una chiamata, tra l’altro, che corrisponde al suo stesso desiderio. Significativamente, lo psicoanalista Jacques Lacan affermava che la vera esperienza della colpa consisterebbe in un “cedimento sul proprio desiderio”, in un tradimento connesso a un segreto “disprezzo dell’altro e di se stessi”. D’altra parte, è pure vero che questo concetto – il peccato come rinuncia alla propria aspirazione, come occasione perduta – si presta a un fraintendimento e, anzi, a una strumentalizzazione».
In che senso?
«Nel senso che l’ideologia del capitalismo avanzato fa ampiamente ricorso a questo tema: ci viene continuamente detto che occorre prendere il treno al volo, perché potrebbero non passarne più altri. Quando le Scritture ebraiche e cristiane ci mettono in guardia contro l’eventualità di mancare un’occasione, invece, non si tratta dell’opportunità di diventare primari ospedalieri, piloti di jet o comunque persone di successo. Vi è un passaggio bellissimo del Deuteronomio (30, 11-14) in cui Dio spiega a Israele in che cosa consista l’osservanza della legge: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Obbedire alla legge scritta nel nostro cuore è una cosa semplice, benché non sia “facile”: tutti noi, in qualsiasi situazione di vita ci troviamo, dobbiamo diventare uomini. Questo significa “fare il bene”».
Ancora riguardo alla Bibbia: nelle sue pagine, spesso, l’esperienza della colpa – ma anche l’azione buona – è legata alle categorie della «prova» e della «promessa».
«Io ho sempre pensato che la dimensione della “promessa” accompagni tutta la nostra vita. L’esistenza umana ha l’aspetto di una vigilia; in ogni occasione, fatalmente, noi sperimentiamo un senso di incompiutezza: anche nel rapporto con la propria moglie, con il proprio marito, o con i figli, bisogna riconoscere che non tutto è già dato, che siamo sempre sollecitati a portare lo sguardo più in là. Riscontriamo lo stesso nell’esperienza artistica: il dipinto o la scultura non esauriscono l’ispirazione dell’autore, ma chiamano a sempre nuove rivisitazioni, variazioni, tentativi. Potremmo anche dire che l’evento della nascita porta con sé una promessa a cui però occorre credere, dare fiducia: qui non si tratta, insomma, di una semplice previsione di carattere più o meno scientifico. Quanto alla “prova”, in essa noi siamo esposti alla tentazione di disperare, e cioè di intendere la nostra situazione di provvisorietà, di incompiutezza come un’obiezione radicale contro la vita. Ritorniamo così al tema centrale della quaresima, il cammino di Cristo verso la sua passione. Da un punto di vista empirico, la vicenda di Gesù sfocia in un fallimento; eppure, il Nazareno non dubita mai, nemmeno nei momenti più atroci, della promessa che gli è stata fatta dal Padre».
Cristianamente, l’esperienza del peccato rimanda a quella del perdono e della misericordia, che costituisce anche il tema del Giubileo straordinario indetto da Papa Bergoglio. La misericordia non ha strettamente a che fare con la consapevolezza della nostra precarietà? Mediamente – è vero – non siamo proprio dei criminali conclamati; questo però, forse, non è dipeso solo dalla nostra buona volontà, perché il corso delle nostre vite è condizionato anche da fattori incontrollabili, imponderabili.
«La misericordia, secondo me, ha due volti. Il primo è descritto ancora dalla Bibbia, quando afferma che il nostro rapporto con Dio passa per i fratelli, per il soccorso che dobbiamo prestare “allo straniero, all’orfano e alla vedova”. Il secondo aspetto è quello per cui non si può accogliere la promessa, se non siamo capaci di perdonare noi stessi. Chi non prende atto della verità per cui la sua esistenza è un’opera incompiuta, chi non accetta i propri limiti e contraddizioni è fatalmente portato a disperare. Siamo seri: un giorno dopo l’altro, quando ci svegliamo al mattino e svolgiamo le nostre routine, per poi recarci al lavoro, rimaniamo sempre ancorati a una fede granitica nella promessa di bene che la vita ci fa? Probabilmente no. Ecco perché, per vivere, occorre perdonare ma anche sapersi perdonare».

Silvano Petrosino aveva già concesso al Santalessandro un’intervista sui temi della colpa, dell’«eccesso del male» e del peccato originale: cliccate qui per leggerla.

La foto di apertura del post è di ©Gian Vittorio Frau, ritrae il confessionale del Fantoni nella basilica di Santa Maria Maggiore ed è stata autorizzata dalla Fondazione Mia esclusivamente per la pubblicazione sul settimanale online Santalessandro.org. 

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