Il prof. Rho e Miriam. La scuola italiana è sempre più ingessata

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Foto: il professor Stefano Rho, al centro di recenti polemiche

Ultimamente la scuola bergamasca è al centro delle cronache, purtroppo non esaltanti. Prima ha fatto il giro d’Italia il nome di Stefano Rho, l’insegnante licenziato per una minzione di gioventù, ora si discute dell’odissea di Miriam, la ragazza down che sognava di diventare una cuoca ma che ha dovuto rivedere i propri progetti: l’alberghiero non è scuola attrezzata per lei, si accontenti di un istituto per disabili.

LA TERZA VITTIMA È LA SCUOLA

Che cosa lega storie così diverse? In entrambi i casi non bisogna commettere l’errore imperdonabile di pensare che le vittime siano solo due, Miriam e Stefano, quando invece c’è una terza vittima, e si chiama scuola. Una scuola che rinuncia a un professore preparato e motivato solo per un risibile e veniale sbaglio, che non c’entra nulla con la sua professione, è una scuola condannata al peggiore destino: essere un pessimo esempio per quegli studenti che dovrebbe educare nei fatti, oltreché con le parole. Non cambia molto nel caso di Miriam, la quale avrebbe il diritto di coltivare le proprie abilità – anche se diverse – e che invece a quindici anni frequenta ancora la terza media per mancanza di insegnanti di sostegno e per l’incapacità di un sistema formativo di accoglierla. Necessaria una postilla: Stefano e Miriam sono le punte dell’iceberg, le loro vicende sono solo esempi di tante altre che rimangono nell’ombra, di cui non sappiamo e mai sapremo nulla perché la rassegnazione e la rinuncia, spesso, prendono il sopravvento su uomini e donne vinti da un sistema implacabile.

LA MIOPIA DI CHI DECIDE

Il problema sta tutto qui, nella miopia di chi decide le sorti della scuola: guardano ai professori, accusandoli di lavorare poco e male, mirano ai programmi, giudicandoli fuori dal tempo e dalla realtà, si scagliano contro l’impianto gentiliano (l’aggettivo è di per sé un marchio d’infamia), ma non affrontano il vero cancro della scuola, e più in generale dell’Italia: l’apparato dirigenzial-burocratico. Un sistema ingessato e rigido, che soffoca il merito e deprime le intelligenze, che segue la lettera della legge e non lo spirito, che licenzia un docente per un’inezia e assegna cattedre a insegnanti inadatti; un apparato che da anni propone soluzioni peggiori dei mali, salvo poi tornare sui propri passi. Ma il meglio di sé lo dà quando spaccia per miracolose medicine quelli che sono banali termometri, come i famosi test nazionali propinati ogni anno a tutti gli studenti del regno per scoprire l’acqua calda: il Nord va meglio del Sud e alcune scuole meglio di altre. Davvero? Intanto ovviamente non cambia nulla e i finanziamenti non vanno a scuole e professori, ma a questa fondamentale macchina che sta lavorando per noi, prepara i test e ne contempla i risultati.

L’ULTIMA RIFORMA CHE RISCHIA DI NON RIFORMARE

Diranno ora che l’ultima riforma va proprio nella direzione opposta, ma è un abbaglio: potrà mai essere risolutiva una riforma che dà sempre più poteri ai quadri dirigenziali, cioè a una parte del problema? È come se in un’azienda malandata per le strategie sbagliate dei suoi manager si addossassero tutte le colpe ai lavoratori. Un controsenso. Ma il nostro è pur sempre il Paese dei paradossi: il problema è il traffico, diceva qualcuno, le Miriam e gli Stefano d’Italia si mettano in coda.

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