Musica Cathedralis in Duomo: affinità divergenti sulle note di pianoforte e organo

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Musica Cathedralis: sabato 6 febbraio alle 21 nel Duomo di Bergamo è in programma un nuovo appuntamento con gli itinerari di musica sacra. Tema della serata è «Affinità divergenti» e la proposta prevede una serie di duetti per organo e pianoforte. Al pianoforte ci sarà Matteo Corio, all’organo Marco Cortinovis. Entrambi sono insegnanti dell’accademia musicale Santa Cecilia di Bergamo.
Le affinità divergenti sono proprio quelle che caratterizzano i due strumenti protagonisti della serata: l’organo, che nel Duomo rappresenta ovviamente il padrone di casa e il pianoforte, in questo caso gradito ospite. Sono entrambi strumenti “da tasto” e con una notevole estensione di suoni; divergenti per le modalità espressive che stanno agli antipodi l’una dall’altra: suono tenuto, in teoria all’infinito, e “inespressivo” quell’organo, suono particolarmente espressivo, duttile e che si spegne, quello del pianoforte. E quindi strumenti che si compensano l’un l’altro, si arricchiscono reciprocamente, e che invece di farsi guerra per una presunta supremazia, si spalleggiano per conquistare gli ascoltatori e portarli ad esperienze musicali nuove e inaspettate. Su queste affinità divergenti è impostato anche il lavoro dei compositori che si sono dedicati a questa rarissima forma di Duo. Un selezione accurata e accattivante di tale repertorio ci presenterà composizioni di Guillou, Yon, Escaich e Dupré. L’appuntamento rientra nella rassegna “I Concerti degli insegnanti all’Accademia Musicale S. Cecilia di Bergamo”.

PROGRAMMA

Jean GUILLOU (1930) Colloque n° 2, op. 11 [1964]

Pietro YON (1886-1943) Concerto gregoriano [1920] (versione per organo e pianoforte del compositore) 

Thierry ESCAICH (1965) Choral’s dream [2001]

Marcel DUPRE’ (1886-1971) Ballade, op. 30 [1932]

 

PER CONOSCERE I BRANI

JEAN GUILLOU – COLLOQUE n°2 , OP. 11

“Uno strumento musicale è un personaggio la cui voce sa provocare, suscitare slanci drammatici, risvegliare colori e atmosfere, descrivendo e rispondendo a tutte le domande della vita e del mondo spirituale. E’ per questo che, riunendo i due strumenti più ricchi  dell’universo sonoro occidentale, ho immaginato che si potessero confrontare in un colloquio ardente e pieno di richiami, come due eroi tratti dalla leggenda e dal mito. Certo, i loro caratteri sono agli antipodi, le loro voci sono contrastanti e non saprebbero imitarsi né in qualità, né in intensità! Ma è precisamente grazie a queste differenze che il discorso s’instaura e si sviluppa. I loro caratteri non si sposano: si oppongono o si sommano, e così, dalle loro rispettive frequenze e dalla liberazione delle loro energie, ecco che un poema prende forma, un romanzo comincia e rivelarsi e a svilupparsi…”
Jean Guillou, 1964

 

PIETRO YON – CONCERTO GREGORIANO

Nella primavera del 1907, organista in Vaticano era un ventenne piemontese di grandi speranze: Pietro Yon, giunto a Roma per concludere gli studi musicali pochi anni prima. In quel periodo, un importante sacerdote di Manhattan era in viaggio proprio in Vaticano per impegni istituzionali. Durante il soggiorno romano, gli capitò di ascoltare il giovane Yon esibirsi all’organo, e ne rimase talmente impressionato che lo volle a tutti i costi a New York come organista titolare della St. Francis Xavier Church. Così iniziò la sorprendente carriera americana del giovane Yon, che divenne cittadino americano nel 1921 e operò nei centri nevralgici dell’ambiente organistico-musicale newyorkese, come la Carnegie Hall e la St. Patrick’s Cathedral. Tra le esperienze che ebbe modo di fare in America, nel 1920 fu invitato a suonare all’inaugurazione di quello che già ai tempi era l’organo più grande al mondo, il Wanamaker Organ di Philadelphia, in una serata in cui condivise il palco con la Phildelphia Orchestra sotto la direzione di Leopold Stokowsky. Proprio per quest’organo, Yon scrisse il Concerto Gregoriano, in cui riunì il gusto di sapori arcaici e modaleggianti ereditato dagli anni di studio in Italia alle suggestioni timbriche dei grandi strumenti americani.

 

THIERRY ESCAICH – CHORAL’S DREAM

Esistono svariate forme musicali alle quali un compositore può fare riferimento per scrivere un brano: la toccata e fuga, la forma-sonata, il rondò, le variazioni su un tema….Thierry Escaich, funambolico compositore, improvvisatore e organista dei giorni nostri, usa come forma il sogno: un susseguirsi imprevedibile di situazioni apparentemente sconnesse fra loro. Protagonista è la melodia di un corale immaginario che attraversa trasformandosi i quadri che man mano si vengono a creare. Non serve sforzare oltremodo l’intelletto cercando di riconoscere il corale nelle sue caleidoscopiche variazioni per dare senso a un racconto onirico. Ascoltare non è capire. La musica, come il sogno, è effimera: è da sempre una successione di istanti che non tornano e che lasciano un ricordo solo nel filo di emozioni suscitate in rapporto al vissuto musicale di ciascuno. Escaich intuisce che il sogno altro non è che la metafora perfetta della forma musicale dei brani nuovi come di quelli del passato, e con ciò ci svela un grande segreto: siamo noi a ricreare ogni volta la forma, ascoltando.

 

MARCEL DUPRE’ – BALLADE, OP. 30

Marcel Dupré fu il maestro di Jean Guillou, di Olivier Messiaen, e di molti altri. Insegnava che la libertà in arte passa dalla libera accettazione di una disciplina rigorosa. Essendo un esempio, ha dato l’esempio. Studiando per un anno improvvisazione nove ore al giorno (di cui sette dedicate all’improvvisazione della fuga) per sostenere il concorso del Conservatorio di Parigi, ha mostrato come non si possa rinnovare nulla senza conoscere a fondo le proprie radici. Una volta diventato Maestro, scrivendo egli stesso un celebre trattato di organo, ha impostato la tecnica organistica moderna. Con la sperimentazione delle grandi novità stilistiche proprie della produzione organistica del Novecento ha aperto una strada che porta dritto ai giorni nostri e, sempre in qualità di compositore, ha inventato la letteratura per organo e pianoforte, spinto dal desiderio di fare musica con la figlia pianista. In questa Ballade, emblematica del suo stile, tutto è contrappunto. È una danza che sembra coinvolgere tutti i sensi in un incedere imprevedibile di melodie, ritmi e colori contrastanti continuamente giustapposti e sovrapposti, fino a una coda in cui il pianoforte riesce ad avere la meglio sull’organo e a condurlo in un giubilante turbinio finale in La maggiore, la tonalità della VII Sinfonia di Beethoven e del finale del Rondò alla Turca di Mozart: l’ “apoteosi della danza”, appunto.

 

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