Così il soldato Vistallo Zignoni conquistò il reliquiario di Carlo VIII e portò la Sacra Spina a San Giovanni Bianco. Era il 1495

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All’inizio c’è la storia di un soldato. Per di più intemperante: doveva essere davvero un bel tipo Vistallo Zignoni, che nella cappella della Sacra Spina è ritratto nelle vesti di cavaliere, colui che nel 1495 ha portato la reliquia in paese. Era stato bandito dal territorio della Repubblica Serenissima, di cui anche Bergamo faceva parte, a causa di un omicidio commesso in gioventù. Quando durante la battaglia di Fornovo sul Taro, per l’appunto in quell’anno, gli era capitata l’occasione di impadronirsi del reliquiario di Carlo VIII, re di Francia, non deve essergli sembrato vero.
Se ci permettete un po’ di fantasia, mentre don Goffredo Zanchi, storico e docente del Seminario vescovile Giovanni XXIII di Bergamo ce lo racconta, noi Vistallo ce lo immaginiamo un po’ goffo e scoordinato ma anche puro, in fondo, come il capitano dell’Armata Brancaleone del film di Mario Monicelli.
“Allora – spiega don Goffredo – le reliquie avevano un notevolissimo valore, tanto che Carlo VIII sentiva il bisogno di portarle con sé in battaglia. Lo Zignoni, quindi, le aveva consegnate a Venezia sperando in una buona ricompensa”. Aumentata dal fatto che quelle erano tutte reliquie legate alla Passione di Gesù. E infatti in cambio ha ottenuto un beneficio, una rendita, la revoca del bando per cent’anni e la possibilità di portare al suo paese natio la reliquia della Sacra Spina. Don Goffredo ha trovato tracce, documenti, dipinti proprio a partire da quei tempi antichi, e ne ha seguito l’evoluzione nel tempo. Ha cominciato a metterci mano nel 1986, quando il parroco di allora, don Giuseppe Vavassori, gli aveva affidato il compito di predisporre un nuovo testo con la storia della reliquia. Un compito importante perché, sottolinea lo storico, «intorno alla Sacra Spina si è costruita nei secoli l’identità di San Giovanni Bianco». Le sue prime fonti sono stati i testi che scrissero alla fine dell’Ottocento Giorgio Gusmini, insegnante di lettere del collegio Santalessandro e poi cardinale di Bologna, in occasione del quarto centenario della donazione di Vistallo Zignoni, e poi don Remigio Negroni dopo il prodigio del 1932.
Sono molte le avventure della reliquia: a un certo punto è stata oggetto di un furto (ma l’obiettivo era il reliquiario, e il ladro è stato preso), poi è stata accidentalmente rotta e riparata.
Nel testo di don Zanchi, però, si dà conto anche del grande movimento di popolo che la Spina ha innescato. Colpisce il modo in cui il culto della reliquia è cresciuto e si è radicato nel tempo: «Documenti ed ex voto – spiega – testimoniano come fin dal Seicento sia diventato il più importante dell’intera valle Brembana: un punto di riferimento per tutti in particolare nei periodi difficili». Sebbene i prodigi non si manifestino con frequenza: dall’ultimo sono passati più di ottant’anni, la tradizione popolare e la devozione non conoscono crisi: «I riti legati alla reliquia hanno continuato a coinvolgere decine di migliaia di persone, ancor di più dopo i fatti del 1932: se i testimoni diretti non ci sono più, molti degli abitanti della Valle li hanno sentiti raccontare dai genitori e dai nonni, e ora li vivono in prima persona». Resta da approfondire come il culto sia cambiato nella forma e nella modalità di espressione, ma una cosa è certa: è rimasto vivo e vitale fino ad oggi, fino a raccogliere un nuovo segno di speranza. Uno stimolo ad approfondire la ricerca e ad alimentare (per chi crede) un percorso di fede.

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