Il Giovedì Santo al Patronato nel segno della carità. Il vescovo alle parrocchie: impegnatevi in progetti di giustizia riparativa

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Fare propri dei «progetti di giustizia riparativa» per il riscatto dei più sofferenti, bisognosi e dimenticati. È la proposta lanciata alle parrocchie bergamasche dal vescovo Francesco Beschi nella Messa «nella Cena del Signore» del Giovedì Santo, celebrata nella chiesa del Patronato San Vincenzo. «Il mondo è attraversato da tante condizioni: sentimenti di paura, sospetto, diffidenza, ostilità e, sperando che non accada, anche di vendetta — ha detto il vescovo —. Dobbiamo garantire agli uomini le condizioni necessarie che alimentino i sentimenti che sono le condizioni essenziali per la convivenza. Vogliamo cogliere la possibilità di attuare progetti di giustizia riparativa. È un gesto che propongo alle nostre comunità nel segno della condivisione, speranza, pace e vita nuova verso coloro che hanno bisogno di riscattarsi».
A differenza di una tradizione consolidata che ha sempre visto la Messa del Giovedì Santo celebrata in Cattedrale, quest’anno è stata scelta la chiesa del Patronato, che è una delle chiese giubilari cittadine per l’Anno straordinario indetto da Papa Francesco per indicare il legame inscindibile fra carità testimoniata e celebrazione del Giubileo. «Nell’anno del Giubileo della misericordia — ha spiegato il vescovo all’inizio della Messa — mi è parso giusto venire in questa chiesa posta in un luogo di misericordia, che è uno dei grandi cenacoli di carità della città e della diocesi. Ringrazio tutti coloro che si impegnano nei luoghi di carità».
All’omelia il vescovo ha spiegato il profondo significato della lavanda dei piedi di Gesù Cristo agli apostoli nell’Ultima Cena. «È un gesto provocante e scandaloso, sia perché ognuno deve piegarsi sui piedi dei fratelli per servirli, sia perché nessuno si aspetterebbe che Gesù, il Maestro, compia un atto simile. Tutti siamo consapevoli del servizio umile, ma è difficile svestirsi degli abiti della propria reputazione, onorabilità, competenza. Però non capiremo nulla dell’Eucaristia che non entriamo nella logica di questo umile gesto: se non ci abbassiamo non vedremo mai il volto di Dio, che è quello degli abbandonati, degli umiliati, usati, asserviti e svuotati. Noi riconosciamo il volto di Gesù in queste persone». Il servizio richiede l’amore. «La misericordia è un amore che si abbassa e che si china — ha proseguito il vescovo —, cioè il significato della lavanda dei piedi. Oggi siamo di fronte a infiniti bisogni e miserie nelle famiglie, nella convivenza umana e anche ai confini, dove ci sono persone che non sanno se entreranno. Non basta preoccuparsi, ma bisogna inchinarsi davanti ai miseri con amore disinteressato, senza sottoli interessi personali e con la volontà di perdonarci reciprocamente torti e colpe».
Dopo l’omelia, il vescovo ha lavato i piedi a dodici giovani ospiti nelle diverse case del Patronato, dai profughi ai giovani in cerca di riscatto. Numerosi i fedeli presenti alla Messa, fra cui un folto gruppo di giovani immigrati ospiti del Patronato.

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