La parabola del figliol prodigo ovvero la fatica di essere veramente figli di un Padre che ci sorprende

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In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (vedi Vangelo di Luca 15, 1-3.11-32. Per leggere i testi liturgici di domenica 6 marzo,  quarta di quaresima, clicca qui)

Un figlio scapestrato se ne va di casa. Spende tutti i soldi che aveva preteso dal padre. Poi torna, perché non ha più niente. E il padre gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Ma che razza di padre è questo? Questo padre è il Dio in cui crediamo.

UN RACCONTO SEMPLICE E PROFONDISSIMO

La parabole del figliol prodigo ha alcuni passaggi che sono importanti per capire l’insieme del racconto. Dobbiamo diffidare della semplicità. Nel vangelo – come altrove – più un testo è semplice e più è profondo.

La situazione in cui si colloca la parabola. La critica dei Farisei verso Gesù (inizio del capitolo 15) che “si comporta male”, perché cerca la compagnia dei peccatori.

Il figlio lascia il padre. La partenza del figlio mette a contrasto la dignità del figlio che ha tutto nella casa del padre e l’abiezione nella quale piomba: la terra è straniera senza nome, senza nome il suo datore di lavoro, il figlio diventa schiavo e mangia con i porci, animali immondi.

Il processo di conversione. È abbastanza diffusamente descritto: considerazione della sua miseria, riconoscimento della colpa, ricordo dell’abbondanza dei beni nella quale vivono i salariati della casa del padre, intuizione della bontà del padre, riconoscimento del peccato contro il cielo, decisione di tornare e di sottomettersi anche a una specie di penitenza (“trattami come uno dei tuoi salariati”).

Il padre. La storia vera comincia al momento del ritorno. Il  padre è un proprietario: ha una azienda agricola con dipendenti. È ricco. È anche anziano: i figli sono grandi. Siamo in un villaggio mediorientale. Quell’uomo ricco, anziano è certamente un personaggio di primo piano, gode di un grande prestigio sociale. Ora, al momento del ritorno del figlio scapestrato, diventa un ragazzino che non capisce più nulla. Lo vede di lontano, gli corre incontro. Prima che il figlio possa dire il suo pentimento, lo ha già baciato e abbracciato. Prima che il figlio faccia il (cattivo) figlio, il padre fa il (buon) Padre. Non solo ma ordina che, subito, si rivesta a nuovo il figlio e si faccia una gran festa per il suo ritorno. I calzari e la tunica erano i vestiti dei padroni di casa (i servi andavano scalzi), l’anello serviva per timbrare i documenti ufficiali: il figlio torna ad essere figlio. Il padre è come se lo mettesse al mondo un’altra volta.

La festa. I particolari della festa e del pranzo sono importanti. Anzi, è proprio la festa l’oggetto massimo dello scandalo contro il quale si scaglierà il figlio maggiore. Gesù, anche per i farisei, è un buon ebreo. Ma, proprio per questo, i farisei non capiscono perché lui, buono, scelga la compagnia dei cattivi. E non una compagnia qualsiasi, ma il punto più alto della compagnia, il condividere il pranzo con loro. Per questo nella parabola sono importanti i dettagli alimentari. Costui accoglie i peccatori e mangia con loro; avrebbe voluto saziarsi con le carrube, hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame”; mangiamo e facciamo festa

La risposta di Gesù. Non solo difende se stesso, ma afferma che egli non fa altro che fare ciò che vuole il Padre. Dio, nella sua bontà, perdona non per i meriti dei peccatori, che in effetti non ne hanno, ma per la sua bontà che è più grande di ogni peccato. Dio non si limita a premiare i buoni e a escludere i cattivi, ma perdona tutti.

I due figli. Sono molto simili su un punto: per loro il padre è più padrone che padre. Il figlio minore torna perché pensa al pane che nella terra lontana non ha e chiede al padre di essere trattato come un salariato. Il figlio maggiore si lamenta per il padre il quale, per lui, è scandalosamente incoerente perché tratta allo stesso modo chi è giusto e chi non lo è. Per questo il figlio maggiore non chiama mai “fratello” il figlio minore, perché il fratello per lui non è vero fratello perché è cattivo e il padre che lo accoglie finisce per essere, anche lui, un cattivo padre. E gli lo rimprovera: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Faccio il tuo doulos, “servo”, “schiavo”. Non ha ancora capito che il padre è padre e che quindi “tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Ha il cuore di schiavo e deve accentuare la sua schiavitù perché da lì vengono i suoi meriti e quelli sono l’oggetto della sua trattativa con il padre.

SIAMO FIGLI. MA CHE COSA VUOL DIRE ESSERE FIGLI?

Siamo anche noi dei figli maggiori. Delusi di non avere la stima che pensiamo di meritare, quando ci meravigliamo che qualcuno sia perdonato… “Prego spesso per il figlio maggiore, ha detto Helder Camara, il primo si è svegliato dai suoi peccati; quando mai il secondo si sveglierà dalla sua virtù”?

Il figlio maggiore non tratta il padre da padre perché lui non si sente figlio. Ma che cosa significa sentirsi, riconoscersi figlio? Sentirsi figlio non significa soltanto dire: ho un padre. Sentirsi figlio è molto più profondo e molto più difficile. Significa riconoscere che tutto ciò che sono l’ho ricevuto e non sarei nulla se non avessi ricevuto. Sono un essere gratificato. Perché non riflettiamo su un dato semplicissimo? Non tutti noi siamo padri e madri e si può essere uomini pieni e realizzati senza aver generato. Ma tutti noi siamo figli. Anzi, anche per essere padri e madri bisogna prima essere figli. Ora il nostro rapporto con Dio è espresso molto bene dal fatto che siamo figli: figli di Dio. Proprio perché siamo figli, perché abbiamo ricevuto tutto, possiamo poi, se lo vogliamo, dare tutto. Ecco perché il peccato originale è alla radice di tutti gli altri peccati: è non riconoscersi figli, il rifiuto di Dio come padre.

Torniamo alla parabola. Il padre corre incontro, abbraccia e bacia il figlio scapestrato. O riusciamo ad accettare questa immagine, ad accettare le mirabili conseguenze per noi: non posso far altro che amare un Dio così; oppure dobbiamo confessare che, probabilmente, non abbiamo capito che la vera misura dell’amore è la sproporzione “irragionevole” della paternità, cioè il dono della vita, di tutta la vita. Il figlio scapestrato si meritava un castigo e invece trova una festa: il padre fa il padre anche con il figlio che non ha saputo fare il figlio. Chiediamoci. Come mai fatichiamo tanto ad accettare una realtà così? Non è che questa difficoltà sta ad indicare che non riusciamo ad essere veramente cristiani? È facile infatti essere farisei: Dio premia e castiga secondo dei criteri logici. È difficile invece essere cristiani e accettare il mistero incommensurabile che Dio è padre e che noi, noi peccatori, siamo suoi figli.

 

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