Quasi duemila giovani al Giubileo della misericordia: un cammino da riscoprire insieme. Dai temi del lavoro al carcere

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Sabato sera quasi duemila adolescenti e giovani da tutta la provincia si sono raccolti a Celadina per il Giubileo dei giovani e la Veglia delle palme presieduta dal Vescovo: piccolo pellegrinaggio fra le vie della città organizzato dalla Diocesi di Bergamo come terzo incontro verso la Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia, che a luglio cadrà all’interno del Giubileo straordinario della Misericordia. Giovani scout a cavallo della propria bicicletta, comitive di adolescenti, catechisti e seminaristi in auto o pullman e giovani semplicemente interessati e automuniti provenienti da moltissime parrocchie si sono riuniti verso le 20 presso il mercato ortofrutticolo di Borgo Palazzo per la prima delle quattro tappe del ‘cammino’, scortati da alpini, forze dell’ordine e giovani di Upee e CSV.

GIOVANI PER IL LAVORO, LAVORO PER I GIOVANI

Il vescovo Francesco Beschi e don Emanuele Poletti, direttore dell’Ufficio pastorale dell’età evolutiva, hanno presentato la testimonianza della ventottenne Maddalena sul tema dei giovani e il lavoro: “il lavoro c’è, e se non c’è esistono tutti i mezzi per sapercelo creare”. Lavoratrice da quattro anni, racconta la sua esperienza da giovane determinata e cattolica che dai 16 anni ha sempre privilegiato esperienze all’estero per formarsi, da un anno negli Stati Uniti alle superiori a quello in Spagna all’università e un Master in Francia e Cina: “In Asia ho scoperto i limiti dei miei valori, ma è quando ho cominciato a lavorare in Inghilterra nel campo delle scommesse sportive che ho dovuto fermarmi: volevano ampliare il mercato in Africa, ed ho pensato che non fosse giusto” – “è importante fare sacrifici, avere umiltà per crescere, andare oltre i limiti per esplorarli ma bisogna sapere anche dove fermarsi”. Maddalena incoraggia tutti a lanciarsi, anche se si trovano porte chiuse: “ho avuto tre visti rifiutati in America per la sponsorizzazione per lavorare a tempo indeterminato per una start up” -“ma prima o poi, come mi ha insegnato la Chiesa, una porta aperta arriva”. Racconta che è strano finire per identificarsi nello stipendio a fine mese, che “la nostra identità è frammentata ed è difficile implementare tutti i pezzi” ma si può sempre scegliere di mantenere i nobili valori che ci sono stati insegnati. Ora lavora a Milano e fa la pendolare ma si ritiene soddisfatta del proprio lavoro nonostante le riempia completamente le giornate, tornando alle otto e mezzo di sera.

LE CINQUE PORTE

Il cammino è proseguito attraverso il parco Robert Baden Powell, dove cinque tele dell’artista Maurizio Bonfanti sono state circondate da una cornice bianca in cui ogni giovane passante poteva apporre la propria firma con un pennarello indelebile, alla luce fioca dei lampioni. L’opera “BRAUSEBAD” significa “docce” e le cinque tele raffigurano cinque porte alle docce di Dachau: una segnata dal rosso sangue, come quelle che in Egitto salvarono il popolo ebraico e condannarono quello egiziano, una incisa dai nomi dei perduti, la terza disegnata dai bambini, la quarta adorna di stracci, ciò che resta fuori dalla porta della morte, e la quinta attraversata da un corpo. Da porte dell’orrore sono volute diventare simbolo di pietà e misericordia in dono ai detenuti della Casa Circondariale in via Gleno, tappa successiva.

PERDONARE PER RICOMINCIARE

Dopo aver lasciato un segno, tutti hanno raggiunto il carcere e silenziosamente, accesa una piccola candela, si sono seduti all’aperto, fra le mura che separano l’istituto penitenziario dall’esterno (sulle quali faceva capolino una guardia) e la parete a cui si affacciano le celle. Le luci delle stanze illuminavano i profili dei detenuti, le cui mani si aggrappavano alle grate per ascoltare, alcuni gridavano: “voce!”, o “amnistia!”, prima che don Emanuele Poletti prendesse parola, e tutti insieme ai giovani hanno partecipato a un momento di condivisione tra testimonianze, canto e preghiera. L’ergastolano Paride e la madre Vincenza, al settimo di ventun anni di pena, hanno parlato dell’esperienza carceraria. Paride: “chiediamo al vescovo che ci aiuti ad ammorbidire il nostro cuore ma soprattutto ci guidi ad essere dei figliol prodighi – il carcere non aiuta ad essere migliori ma solo noi stessi possiamo farcela”. Vincenza racconta le stimmate che il suo errore ha trasferito sui parenti e il fio che deve pagare anche sua figlia, dovuta crescere in comunità perché anche il padre era in carcere e che può vedere solo di rado, per ore che non bastano mai. Decisa a vivere pienamente, Vincenza si è diplomata in ragioneria in carcere e si è buttata in ogni attività proposta, dalla palestra al corso di ceramica per conservare la propria lucidità e dignità. La privazione di libertà e una convivenza forzata con persone molto diverse aggiungono sofferenza al peso della condanna, sempre ingiusta “sia in positivo che in negativo”. “In carcere vengono meno la solidarietà e la responsabilità, in favore della gelosia”: Vincenza ha scelto di elaborare i propri sentimenti e di trasformare il proprio carattere per cooperare per il bene della comune umanità. “Non viene applicata la giustizia ma solo la legge”, dice, promuovendo programmi di rieducazione e di reinserimento, per non sprecare la ricerca di senso che donne come lei si sono impegnate a percorrere.
Dopo gli interventi del cappellano Fausto, del direttore dell’istituto e il dono di una lampada-simbolo da parte dei detenuti ai giovani, quello di Mattia, uno dei giovani organizzatori dell’evento, il quale ha descritto l’incontro con alcuni detenuti e ha avvicinato con le sue parole la società dei civili presenti ai reclusi: “sebbene in un contesto che priva ed esclude, queste persone private della libertà e alla ricerca di una libertà interiore, fanno parte della nostra stessa società”. Don Emanuele Poletti ha consegnato le porte di “BRAUSEBAD”: “che siano segno di perdono e riscatto. Non ci dimentichiamo di voi, speriamo che possiate fare la vostra vita nuova e bella, e realizzare il sogno di Dio quando ci ha creato”. Il vescovo Francesco Beschi ha invitato tutti i giovani a girarsi verso i detenuti e a salutarli con un gesto della mano: “grazie a tutti: ai comandanti, alle guardie, ai volontari, ai diaconi, ai detenuti, alle vittime… Ci ricordate che tutti abbiamo bisogno di misericordia, riscatto e pulizia interiore”.

Le ultime due tappe hanno chiuso la serata con un momento di raccoglimento e riflessione col vescovo alla chiesa della parrocchia San Pio X e un tè caldo con musica acustica in oratorio. I ragazzi dell’Upee hanno lasciato ai partecipanti un libretto per la pratica di fede con riflessioni, la storia del giubileo e delle opere d’arte sul tema: “beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”, con allegato il terzo segna porta per ricordarsi dell’appuntamento conclusivo a luglio: “ogni Gmg è ripercorrere il cammino di Gesù tra gli uomini. Preparati…”

Le foto del post sono di Rossella Fenili.

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