Stefania Falasca: «Papa Francesco ci mostra che la credibilità del cristiano si gioca sulla conversione e sull’esempio»

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Stefania Falasca, romana, giornalista editorialista di “Avvenire” conosce Papa Francesco da molti anni, esattamente dal 2003, da quando suo marito Gianni Valente (giornalista di “Fides” e di “Vatican Insider”, Ndr) «invitò a cena nella nostra abitazione Padre Bergoglio, che aveva conosciuto l’anno precedente in Argentina», ci dice raccontando come ha incontrato l’attuale Papa. «”Sono un peccatore perdonato” così si è sempre definito padre Bergoglio, ed è un uomo, un prete che sa che cosa vogliono dire il peccato e la grazia, l’essere attraversati dall’amore di Dio, di questo è testimone nel ministero che ora svolge come successore di Pietro». Le colonne portanti del Pontificato di Jorge Mario Bergoglio, che venne eletto Papa tre anni fa «si fondano sul concetto che la Chiesa non vive di luce propria ma della luce riflessa di Cristo, sul profondo convincimento che il mondo ha bisogno dell’annuncio della Misericordia e del coraggio della missione evangelica». Questo è sempre stato il suo orizzonte, Bergoglio ne parlò anche nell’intervista che le concesse del 2007 per il mensile internazionale “30giorni nella Chiesa e nel mondo”, nella quale, l’allora arcivescovo di Buenos Aires, fece tra l’altro un accenno alla mondanità spirituale, la lebbra che deturpa il volto della “Esposa” di Cristo, la Chiesa. «Papa Francesco è figlio del Concilio Vaticano II – che, come ha affermato, è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea – e come tale lo incarna» spiega Falasca. «A partire dalla “Lumen Gentium”, e dalla “Gaudium et spes” Francesco ha fatto proprie alla lettera quelle che erano state le finalità del Concilio: il rinnovamento e la missionarietà della Chiesa nella povertà e nella sinodalità, la ricomposizione dell’unità dei cristiani, il dialogo con il mondo contemporaneo, il dialogo interreligioso e la ricerca della pace. Sono, infatti, esattamente queste le vie che sta percorrendo, andando avanti. E chiamando tutti alla conversione, con l’esempio, con i gesti e con la predicazione, continua a mostrare che su queste vie si gioca la credibilità del cristiano. Era questo il pensiero dell’Arcivescovo Bergoglio ed è questo il senso della sua missione apostolica. “Non me ne andrò da qui finché non si sarà arrivati a un punto in cui sarà impossibile tornare indietro” mi ha detto Papa Francesco».

La sera di mercoledì 13 marzo 2013 era in Piazza San Pietro in attesa della fumata bianca che avrebbe annunciato l’elezione del nuovo Papa “venuto dalla fine del mondo”. Che cosa pensò quando il Cardinale Protodiacono Jean-Louis Tauran annunciò “urbi et orbi” che l’”Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum” era “Georgium Marium, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio” spesso Suo ospite, e che si sarebbe chiamato Franciscum?

«Mi trovavo casualmente in Piazza San Pietro con mio figlio Paolo e un suo compagno di scuola, perché non pensavo che l’elezione del nuovo Papa sarebbe avvenuta quella sera, pensavo che sarebbe avvenuta il giorno successivo. Quando abbiamo visto alzarsi dal comignolo la “fumata bianca”, dalla Cappella Sistina ci siamo addentrati in mezzo alla folla verso il centro della piazza. Non riesco ancora adesso a trovare le parole per dire tutto quello che provai quando sentii pronunciare il nome di Bergoglio dalla Loggia di San Pietro. Ricordo che poco prima era passata tra la folla una giornalista della CNN che stava facendo delle “interviste volanti” tra i presenti, e chiese a Paolo e al suo amico chi secondo loro avrebbe potuto essere eletto Papa, i ragazzi senza esitazione risposero: “Bergoglio”, la giornalista rimase sorpresa, perché nessuno gli aveva fatto quel nome. Anche il compagno di scuola di Paolo lo conosceva, perché nel 2009 di passaggio a Roma, mio figlio, che era andato come volontario durante l’estate a Buenos Aires ad aiutare un missionario, aveva poi invitato Padre Bergoglio alla sua scuola, il Liceo Scientifico Cavour, per parlare sul problema della droga nei quartieri più poveri della capitale argentina. Sabato 9 marzo Padre Bergoglio era stato a cena da noi. La sera seguente, domenica, (il lunedì sarebbe entrato in conclave), eravamo andati a salutarlo in via della Scrofa, dove alloggiava presso la Domus Internationalis “Paulus VI”. Era consuetudine di Padre Bergoglio accompagnare gli ospiti fino all’uscita. Ricordo che gli dissi “coraggio” e gli chiesi come avesse trascorso la notte, mi rispose che aveva dormito come un bambino. Lo vidi sereno e tranquillo. Dal 2003 ogni volta che veniva a Roma, durante la sua permanenza veniva anche più volte a trovarci a casa. Mio marito si era recato in Argentina nel 2002, per un reportage sulla crisi economica che stava attraversando allora il Paese e in quel frangente conobbe l’Arcivescovo di Buenos Aires. Il nostro rapporto di amicizia con Padre Bergoglio è quello che si instaura con un bravo prete, con una persona autentica. La sua è sempre stata una presenza discreta e delicata, attenta alle vicissitudini di ciascuno di noi, anche da lontano. Lo abbiamo sempre chiamato padre, come voleva essere chiamato. E per noi lo è sempre stato».

Ci vuole parlare poi della telefonata ricevuta verso le 22 di quello stesso giorno dall’amico sincero al quale Lei e la Sua famiglia eravate legati da anni?

«Eravamo tornati da poco a casa, quando squillò il telefono, mio figlio andò a rispondere e venne in cucina da me, si fermò sulla porta con il telefono in mano e guardandomi come se avesse qualcosa d’incandescente tra le mani, riuscì a balbettare: “È Bergoglio”. Non riuscivo a crederlo. Mai avrei immaginato. Nell’emozione e nello stupore articolai queste parole: “Padre, come la devo chiamare?”. Lui si mise a ridere rispondendomi: “Come vuoi chiamarmi? Come sempre”. Gli dissi che eravamo appena rientrati dalla piazza e aggiunsi che un uomo anziano dietro di me quando dalla Loggia lo aveva sentito salutare la folla con un “Buonasera”, aveva detto a voce alta: “È come Papa Luciani”. Mi venne da dirglielo, perché avevo fatto leggere a Bergoglio diversi scritti lavorando alla Causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I come vicepostulatrice. Papa Francesco mi salutò con queste parole: “Questa è la prima telefonata che faccio e l’ho voluta fare a voi”».

Nel 2005 Bergoglio tornò a Roma per partecipare al Conclave che seguì la scomparsa di San Giovanni Paolo II. Che cosa ricorda di quei giorni?

«Nel 2005 seguimmo il Conclave dal quale venne eletto Benedetto XVI. Bergoglio aveva “rischiato” di diventare Papa. L’Arcivescovo di Buenos Aires era conosciuto e stimato dai cardinali come un uomo di Dio, un uomo spirituale, godeva di una sua autorevolezza. Ma i tempi non erano ancora maturi. Ricordo che durante il Conclave pregai Santa Teresa di Lisieux, alla quale Papa Francesco è molto devoto. Sentii poi Padre Bergoglio prima che ripartisse per l’Argentina. Ritornava al suo Paese, alla sua “Esposa”, come chiamava la diocesi, tornava alla pastorale quotidiana tra i suoi poveri. Mi disse che il giorno seguente sarebbe andato a dire la Messa per alcuni emarginati tra cui delle prostitute che chiamava “le signore”, rispettandone la dignità di persone».

Linguaggio semplice e parole dirette, uno stile nuovo, rivoluzionario che ha conquistato anche i non credenti. Desidera tracciare un breve bilancio dei tre anni di pontificato di Papa Francesco, capace di trasformare ogni barriera in un ponte?

«Non è tempo di bilanci questo. È tempo di conversione. Papa Francesco si è fatto ponte con tutti. Ha risvegliato la Chiesa e la sua missione. Ha fatto riscoprire l’attrattiva di una vita vissuta nel Vangelo. Negli ultimi anni si era forse persa questa dimensione e che cosa vuol dire essere cristiani».

 

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