Suffragette: un film ricorda la lotta per il diritto al voto delle donne. E il cammino che resta da fare

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«Non sottovalutate mai il potere che hanno le donne nell’essere artefici del loro destino». Nel film “Suffragette” di Sarah Gavron, Emmeline Pankurst, carismatica attivista e politica britannica che guidò il movimento suffragista femminile del Regno Unito, interpretata in un cameo da Meryl Streep, incita le donne che agli albori del Novecento lottarono per la propria autodeterminazione cambiando il corso della Storia.
Londra 1912.
In una società britannica fortemente sessista, nella quale chi deteneva la leva del comando era convinto che concedere il diritto di voto alle donne sarebbe equivalso a perdere la struttura sociale, da decenni le donne di ogni ceto sociale ed età si battevano per ottenere eguaglianza e diritto al voto. Una storia così straordinaria e così potente finora non era ancora stata raccontata in un film e a porre rimedio a questa mancanza ha pensato Sarah Gavron, la quale prima di girare la pellicola ha visionato memoriali, giornali d’epoca, diari inediti, verbali della polizia e testi accademici.
«Sono rimasta incantata dallo spirito pioneristico di quelle donne che per richiamare l’attenzione sulle loro battaglie tagliavano i fili del telegrafo, facevano saltare in aria le cassette della posta, mettevano bombe all’interno di edifici vuoti scatenando la brutalità della polizia e finendo in prigione», ha dichiarato Gavron che ha girato il film, sceneggiato da Abi Morgan e prodotto da Ruby Films, Pathé, Film4, per ricordare quanto è stato difficile e quanto è costato alle donne lottare per ottenere i diritti.
In “Suffragette” prima pellicola della storia a essere stata girata all’interno del Palazzo di Westminster, dove ha sede il Parlamento nel Regno Unito, la storia individuale di Maud Watts/Carey Mulligan s’intreccia con quella di personaggi realmente esistiti, quali, oltre alla già citata Emmeline Pankurst, Emily Wilding Davidson prima martire della causa e David Llyod George politico britannico. La giovane Maud, un marito, Sonny/Ben Whishaw e un figlio amatissimo, il piccolo George di 5 anni, ha solo 24 anni ma è già provata dalla vita a causa di un’occupazione massacrante iniziata a soli 7 in una lavanderia gestita da un padrone dispotico e arrogante, che abusa delle operaie pagate meno degli uomini e dove i turni di lavoro durano 13 ore. Maud lavora in quell’ambiente compromesso dai vapori, da un’atmosfera dickensiana opprimente e avvelenata in tutti i sensi ma non conosce un’altra vita da vivere fino al giorno in cui s’imbatte in una manifestazione suffragista in una strada londinese.
Alcune “suffragette”, così chiamate in tono derisorio dalla stampa britannica asservita al potere per indicare le attiviste, lanciano pietre nascoste in una carrozzina per neonati contro una vetrina di un negozio per richiamare l’attenzione, per far sentire le loro voci. “Votes for Women”, “Voto alle donne” è scritto nei cartelli delle suffragette, giacché «il potere è nelle vostre mani». Se le donne sono pari agli uomini come forza lavoro, allora anche loro hanno diritto al voto. Non solo, da quel momento in poi saranno i fatti, «non più le parole che ci condurranno al voto».

Maud quindi prende coscienza di se stessa, memorabile la scena dove Maud con un ferro in mano spezza per sempre la catena della sua schiavitù, di ciò che vuole, conosce la solidarietà femminile, citiamo la farmacista/attivista Edith Ellyn/Helena Bonham Carter, perché «bisogna guardare alle generazioni future». Maud insieme alle sue “sorelle” inizia a prendere parte attiva alle proteste dove i poliziotti caricano senza troppi riguardi le manifestanti e pestano signore inermi.
Indietro non si torna. Maud conoscerà il carcere, l’odiosa pratica dell’alimentazione forzata come conseguenza dello sciopero della fame, tutto questo costerà alla donna il ripudio da parte del marito che la caccerà da casa e per punirla darà in adozione il figlio George. Maud però anche nel nome del figlio non rinuncerà mai alla lotta, memore del concetto basilare: «meglio essere ribelle che schiava».
La pellicola ricorda anche l’episodio più rilevante della storica lotta delle inglesi, che marciarono contro un potere tutto maschile: il 4 giugno del 1913, la militante Emily Wilding Davidson, durante il Derby di Epson alla presenza di re Giorgio V, si getta sotto un cavallo in corsa. È un gesto estremo. Emily morirà dopo quattro giorni di agonia. Nel film si vedono le scene vere del funerale di allora, con le suffragette vestite di bianco e una fascia nera sul petto, in una nazione sì commossa ma che si solleva contro il movimento.
Il vibrante film “Suffragette”, che ricorda in quanta parte del mondo la lotta per i diritti civili debba ancora cominciare, arriva in Italia a pochi giorni dalla festa dell’otto marzo, mentre nel nostro Paese si celebra il settantesimo anniversario della prima volta delle donne al voto, 10 marzo 1946, durante le elezioni amministrative che inaugurarono la partecipazione politica di entrambi i sessi del dopoguerra. Appare, perciò, quanto mai significativo leggere sui titoli di coda di un film attuale, scandite per data, la conquista del diritto al voto da parte delle donne nel mondo. Il primo Paese fu la Nuova Zelanda nel 1883, negli USA la conquista avvenne nel 1920, mentre al primo posto in Europa troviamo la Finlandia nel 1906, la Gran Bretagna nel 1918, l’Italia nel 1945, la Svizzera nel 1971 ma in Africa la Nigeria nel 1976. Nel 2005 in Arabia Saudita è stato promesso il diritto di voto alle donne e questo la dice lunga su quanta strada ci sia ancora da fare.

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