I richiedenti asilo a Castagneta: un tempo per riconquistare la dignità di essere persone

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Ogni giorno sono tante le parole che accompagnano le notizie sui migranti e a volte, a forza di sentirle ripetere, si corre il rischio di farle diventare un leit motiv al quale si è talmente abituati da non prestarci più troppa attenzione. Chi ha il coraggio di andare oltre scopre storie e vite, forse anche piuttosto lontane da quanto la cronaca vuol far credere. Ecco allora qualche parola da parte di chi con queste persone – profughi, migranti, richiedenti asilo – ci vive: Francesco Bezzi, coordinatore appunto del progetto «Richiedenti Asilo» della Cooperativa Ruah, e Sara Pezzotta, operatrice presso la casa di Castagneta.
«La prima delle parole da scegliere se si vuole parlare di migranti è la parola accoglienza. Accogliere significa aprire un spazio e un tempo di relazione e cura, all’interno dei quali l’altro sviluppa una progettualità e speranza per il futuro, che significa acquisire la dignità di essere di nuovo persone» dice Francesco.
«Accogliere per me è dare rifugio, protezione e far sentire a casa chi ha vissuto la paura di un passato e di un viaggio impegnativo» aggiunge Sara. Lavorare presso la cooperativa significa sperimentare quotidianamente l’accoglienza e vivere occasioni di accoglienza positiva e anche negativa. «Vivere l’accoglienza ha aspetti positivi e negativi: la parte più bella e più facile da vivere è quella dell’entrare in relazione, del conoscersi e condividere; di contro, esiste anche una parte difficile, quella della differenza fra l’Italia, con cui intendo istituzioni, società, burocrazia e regole, che non sa accogliere, e italiani, disposti e propensi all’accoglienza. Vediamo per esempio gli incontri per strada, i saluti, le attività che ogni giorno i ragazzi sperimentano qui in Città Alta. Senza dubbio l’episodio più brutto, e sempre più frequente nell’ultimo periodo, del vivere l’accoglienza è quando bisogna comunicare a qualcuno dei ragazzi che la loro richiesta di asilo non è stata accettata e che, perciò, devono andarsene». «Fa male quando ti guardano e ti chiedono “Perché non mi vuoi?” – continua Francesco, al quale si unisce Sara – Non è facile dover vivere un ruolo che supera la tua persona e ti fa vestire gli abiti dell’istituzione che dice no alla richiesta di asilo, soprattutto dopo tanto tempo, dopo che si è condivisa una lingua, che si sono costruite relazioni. Bisogna guardare negli occhi una persona a cui ti sei, tutto sommato, affezionata e dirgli quello che la legge ha previsto. A volte è difficile mantenere lo sguardo». E sempre Sara continua «ovviamente accoglienza significa vivere però anche momenti di felicità e voglia di stare insieme, come la cena solidale al Maite e la partecipazione di un gruppo di ospiti ad un corso di Capoeira, al termine del quale un ospite, in Italia da otto mesi, mi ha detto che per la prima volta si è sentito se stesso in un Paese diverso dal suo e parte di un gruppo e di una comunità. La parte bella dell’accoglienza, infatti, è la spontaneità, l’incontro tra personalità che portano con sé lingua, esperienza e culture differenti da conoscere e che rappresentano anche la sfida della ricerca di un linguaggio comune. E, concludo, la sfida più ardua è, però, quella di mediare attraverso questo nuovo linguaggio condiviso all’interno di un territorio nel quale tante sono le domande, ma altrettante le risposte che ci si dà senza chiedere ai protagonisti di queste storie». Altro tasto dolente nell’esperienza dell’accoglienza è quella della testimonianza: che cosa vogliono sentirsi raccontare gli italiani che ascoltano le storie di questi giovani? «Dopo l’esperienza della Tavola Condivisa, ad esempio, tanti dei ragazzi ospitati dalle famiglie mi hanno chiesto “Ma perché mi hanno fatto tutte quelle domande?”. I ragazzi sono disposti a raccontare, ma spesso per loro questo racconto è lo stesso che sono costretti a fare davanti alla commissione che giudicherà se sono idonei o meno a ricevere l’asilo politico. Raccontare un passato dal quale sono scappati rischia di chiuderli all’interno di muri dai quali vogliono uscire per guardare al futuro, quello per cui sono arrivati qui». Complice la barriera linguistica, oltre a questa nuova linea di pensiero in merito a che cosa sia una testimonianza, riesco a cogliere solo poche parole di due ospiti della casa di Castagneta, D.A. che dice «Mi sono sentito accolto per tutto il tempo da quando sono arrivato sulle coste della Sicilia, l’Italia mi ha salvato dalla morte, dal mare, mi ha dato una casa e del cibo». Ma purtroppo non per tutti è così, come per F.M.: «Non sono più accolto da venerdì, da quando ho ricevuto dal tribunale il rifiuto alla richiesta di asilo».

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