Breivik, il neonazista che uccise 77 persone, deve essere risarcito dal governo norvegese. Il paese ideale non esiste e il Nord Europa non è il Paradiso

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Foto: Anders Breivik, il neonazista pluriomicida

Stupore collettivo e incredulità generale per le ultime notizie riguardanti Anders Breivik, il folle norvegese che, nel 2011, uccise 77 persone a Utoya: non solo è stato condannato a una pena che al senso comune appare ridicola – 21 anni, la punizione più severa prevista dalle leggi norvegesi –, ma si è addirittura visto riconoscere dai giudici di Oslo un risarcimento di circa 35mila euro, perché in carcere – a guardarne le foto si direbbe un hotel –  sarebbero stati violati, con l’imposizione dell’isolamento, i suoi diritti umani.

L’IMPOSSIBILE PERFEZIONE

L’episodio, in realtà, infligge un altro colpo mortale alla mentalità un po’ provinciale diffusa in Italia, che indica negli Stati del Nord Europa un esempio di perfezione assoluta a cui ispirarsi e rifarsi. Ma il mito non sussiste: ogni Paese hai suoi Breivik e le sue (s)torture, e non c’è bisogno di far notare quanto possa essere limitato un ordinamento giuridico che non preveda pene commisurate all’entità dei delitti, o che ecceda in garantismo (senza ricordare che proprio quei Paesi evocati come isole felici vantano ancora la percentuale più alta di suicidî). I Paesi scandinavi sono evocati come modello quando si parla di welfare, di una macchina statale snella ed efficiente, del senso civico e della legalità della popolazione, del decoro delle città; vengono dipinti come paradisi in terra, luoghi ideali e immacolati. Ma il problema, a ben vedere, sta proprio qui: nel ricercare un’impossibile perfezione anziché una più umana giustizia. Non sarà un caso se, nella storia, la perfezione è stato l’obiettivo ultimo dei principali regimi autoritari, nazismo in primis: anche Hitler parlava di “soluzione” e di “pulizia”, sognava un mondo perfetto – ai suoi occhi – dove non esistessero più macchie o elementi di disturbo.

UNA MENTALITÀ PROVINCIALE

Dietro all’idealizzazione acritica dei modelli stranieri – purtroppo particolarmente diffusa, negli ultimi tempi, in un settore fondamentale come l’istruzione – si nasconde un modo di pensare da colonia, ed è triste pensare che l’Italia, nel giro di un secolo, sia passata dal fervore imperialista all’automortificazione perpetua, senza conoscere una sana via di mezzo. L’esterofilia incondizionata è poi uno degli effetti nefasti della globalizzazione, che porta a credere che tutto sia esportabile dappertutto, appianando e negando ogni differenza: la diversità, invece, esiste, e l’idea che ogni popolo abbia una sua storia, una sua tradizione, un particolare modo di rapportarsi con la realtà non è un retaggio romantico, ma una verità inconfutabile.

NON SNATURARSI

Ogni Paese deve divenire ciò che è: sarebbe sciocco chiudersi alle influenze del mondo esterno, ma altrettanto sciocco è vedere ogni esempio straniero come l’unico modello possibile, invece di sfruttarlo semplicemente come stimolo e suggerimento, confronto, alternativa. La motivazione ad essere migliori va trovata dentro, non fuori, di sé. Bisogna valorizzare la propria natura, non snaturarsi.

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