Il Papa e gli adolescenti: una provocazione per gli educatori. L’invito: «Non abbiate paura delle cadute. State in piedi, a testa alta»

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Una volta di più, Francesco è stato un grande protagonista di ciò che è accaduto. Non perché ha portato l’attenzione su di sé, ma esattamente per la ragione opposta: perché è andato ripetutamente incontro ai ragazzi. Sono tornati a casa cambiati, ne sono sicuro. Vorrei sperare che i loro educatori siano arrivati a casa con loro portando la convinzione che, se ne abbiamo voglia, questi ragazzi possiamo incontrarli ancora.

Ci vorrà del tempo per capire, bene, cosa è successo a Roma attraverso il Giubileo dei Ragazzi. Come per tutte le cose grandi. Perché l’esperienza è stata sì pensata e costruita, ma come spesso accade quando in gioco ci sono le giovani generazioni, le sorprese fanno parte dei consuntivi.

I giorni a disposizione non erano molti e non erano certo come quelli delle Gmg: estivi e lontani da impegni scolastici. I ragazzi, questa volta, hanno lasciato il loro quotidiano e hanno sfruttato l’unico ponte dell’anno, vivendo un’esperienza che li ha assorbiti completamente per tre giorni.

Si voleva che i ragazzi fossero immersi in un’esperienza composita, fatta di momenti diversi. Il Giubileo dei ragazzi è stato anzitutto un progetto educativo che iniziava a casa con gli incontri di preparazione.

A Roma era importante che vivessero la dimensione giubilare di gesti antichi: la preghiera, la confessione, il passaggio della Porta Santa.
E che tutto questo fosse accompagnato da momenti di riflessione con le catechesi sulle opere di misericordia: sette tende in sette piazze perché Roma potesse raccontare non soltanto la sua storia e le sue bellezze artistiche, ma perché si trasformasse anche in un racconto dei gesti di carità. La festa (dimensione importantissima nella vita dei ragazzi) ha avuto due parti: la prima (il sabato sera) dedicata alle voci del mondo, quelle voci che i ragazzi ascoltano quotidianamente e che hanno così voglia di incontrare. La seconda (la domenica mattina) attraverso la messa presieduta da Papa Francesco.

Una volta di più, proprio il Papa è stato un grande protagonista di ciò che è accaduto. Non perché ha portato l’attenzione su di sé, ma esattamente per la ragione opposta: perché è andato ripetutamente incontro ai ragazzi.

Tutti ormai hanno negli occhi la scena del Papa che li confessa in Piazza San Pietro, ma anche il messaggio mandato allo Stadio Olimpico è stato straordinario. Per non parlare dell’omelia della Messa di domenica mattina.

Mi pare che questo Giubileo abbia consegnato delle belle provocazioni agli educatori.

Questa è la vera novità da raccogliere: un Papa che ascolta e consiglia, che invita alla festa senza demonizzare il mondo e la cultura contemporanea, che invita i ragazzi a non aver paura delle cadute e a “stare in piedi, a testa alta”.

Un brivido percorreva tutti mentre il Papa pronunciava queste parole al termine della Messa di domenica 24 e i ragazzi hanno applaudito convinti. Ma io, insieme a tutti gli altri educatori, mi sono sentito provocato. Perché non lo so se siamo davvero capaci di lasciarci provocare da questi ragazzi come ha fatto Papa Francesco. Non lo so se ce la facciamo a lasciare che i pensieri e le parole di questi ragazzi si trasformino nella capacità di cambiare il cuore, di avere fiducia nella vita e nelle persone, nella creatività di trovare pazienza e linguaggi per annunciare ancora e bene il Vangelo.

I ragazzi sono tornati a casa cambiati, ne sono sicuro. Vorrei sperare che i loro educatori siano arrivati a casa con loro portando la convinzione che, se ne abbiamo voglia, questi ragazzi possiamo incontrarli ancora.

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