«La mite» da Dostojevskij al Teatro Sociale: Cesar Brie mette in scena l’incapacità di amare

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«Allora compresi che era buona e mite. Le persone buone e miti non si oppongono a lungo e, anche se non subito, diventano poi molto comunicative, non sanno evitare una conversazione: rispondono prima a monosillabi, ma rispondono e rispondono sempre più facilmente, solo non bisogna scoraggiarsi se ci si tiene tanto alla conversazione». Parte da Dostojevskij l’ultimo spettacolo della «personale» dedicata a Cesar Brie, attore e regista argentino, nell’ambito della stagione di Altri Percorsi 2015/2016 al Teatro Sociale disegnata da Maria Grazia Panigada. Una personale che si chiude in un crescendo di poesia. Se nel primo spettacolo «La volontà. Frammenti per Simone Weil» c’erano il pensiero, lo slancio verso l’altro, l’impegno politico e sociale, nel secondo «Ero», monologo affettivo e affettuoso, c’erano l’identità, la memoria, i legami, il presente, il passato, l’immaginazione. Ora «La mite» (15 aprile, ore 21, Teatro Sociale) entra in una dinamica di coppia. All’inizio della vicenda c’è un uomo solo, davanti alla bara della moglie: lei si è tolta la vita, con un gesto che i titoli dei giornali hanno definito “mite”. «Finché lei è qui – si dice l’uomo – va ancora tutto bene, posso andare a guardarla ogni istante, ma domani che la porteranno via, come farò a rimanere da solo?». La Mite è un racconto che Dostoevskij ha scritto prima di I fratelli Karamazov, ispirandosi a un fatto di cronaca. Nel testo originale c’è un uomo disperato che vuole capire perché sua moglie si è uccisa e fa una specie di lungo soliloquio nel quale ricerca le ragioni di questo atto disperato. Nello spettacolo invece parlano entrambi. Lei è una donna dolce, che si è sposata per sfuggire alle umiliazioni che le infliggevano le zie con cui viveva. Lui, d’altra parte, ha avuto un’infanzia difficile, e si comporta come se tutto gli fosse dovuto. La tratta duramente, le sta vicino in un silenzio ostinato. La costringe a sopportare una vita di solitudine. «La mite» trova consolazione nell’amicizia con un altro uomo, che non si trasforma in adulterio: lui però li sorprende insieme, pensa che lo sia. Le incomprensioni tra i due peggiorano, lei si ammala gravemente. Lui, sul punto di perderla, cerca di ravvedersi, di cambiare strada, ma è inutile. Lei sceglie la morte, e lui resta solo a interrogarsi sul perché. Un’analisi profonda, inquieta, poetica, rarefatta: tra i due interpreti si intreccia un dialogo serrato, l’uno dominato dal senso di colpa e l’altra dal desiderio di assolversi. Cesar Brie mette in scena l’insostenibile incapacità di amare.

«A raccontarci la storia – spiega il regista – è lui, l’usuraio, l’uomo freddo e severo del banco dei pegni, che poco prima aveva sposato una ragazza buona e mite, e ora cerca una ragione che spieghi il suo suicidio. I due sono in scena senza separarsi mai, in un dialogo di azioni e parole. Lui cerca di capire l’accaduto, torna indietro, ricorda, si confonde, capisce, sale dolorosamente verso la coscienza di ciò che ha scatenato, provocato. Lei lo aiuta a ricostruire, descrive i fatti, aggiunge, conferma, tace. Poiché è morta, non può argomentare, ragionare o giustificare. Lei è la sua memoria, la sua vittima, la sua colpa, il suo amore ferito, il suo silenzio».

Per informazioni www.teatrodonizetti.it ; biglietteria tel. 035.4160601/602/603.

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