L’Europa paralizzata. Quel poco che c’è rischia di morire

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Foto: Bruxelles, la sede del Parlamento europeo

OLANDA: IL REFERENDUM, PICCOLI NUMERI GRANDE SIGNIFICATO

In questi giorni si è svolto in Olanda un referendum consultivo per decidere sull’accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione europea. Ultimato il 27 giugno 2014, l’accordo di associazione è stato ratificato da tutti Paesi membri dell’Unione. Dal 1 novembre 2014, è entrata in vigore quella parte dell’accordo che riguarda la cooperazione politica. Dal 1 gennaio di quest’anno, anche il capitolo commerciale è parzialmente entrato in vigore. Ha votato solo il 32,2% dell’elettorato. Di questo, i No all’accordo con l’Ucraina sono stati il 61,1% del totale; i Sì il 38,1%. Dal punto di vista delle statistiche, non pare un risultato sconvolgente. Su quasi 17 milioni di abitanti, gli elettori sono circa 9 milioni. L’Union europea con i suoi 27 Paesi oltrepassa il mezzo miliardo di abitanti. Dal punto di vista simbolico, tuttavia, il risultato è allarmante per chiunque voglia procedere sulla strada degli Stati Uniti d’Europa. Benché, nell’immediato, gli accordi con l’Ucraina siano destinati a procedere sul binario stabilito, quantomeno subiranno un rallentamento. Hanno vinto gli euroscettici.

L’EUROPA NON RIESCE A DIVIDERE EQUAMENTE RISCHI E SACRIFICI

Capire le cause prossime e remote, questo il punto. La prima: dividere i benefici dello sviluppo comporta conflitti relativi e appianabili. Quando i Länder tedeschi discutono nel Bundesrat come dividersi i contributi finanziari centrali, volano i coltelli. Ma, alla fine, si trova la quadra. Ma quando gli Stati europei devono dividere i sacrifici e i rischi, allora la composizione dei conflitti è più ardua. La crisi finanziaria, l’immigrazione massiccia, soprattutto dei richiedenti asilo, il terrorismo, la sfida dell’energia, la sicurezza geopolitica stanno da qualche anno sul tavolo europeo. E qui gli interessi divergono. Il guaio è – e qui inciampiamo forse nella causa decisiva – che la risposta del governo europeo a tali sfide è debole, frammentata, impotente.

I DUE GOVERNI DELL’EUROPA SONO PARALIZZATI

Intanto, perché i governi sono due. La Commissione europea, di cui Jean-Claude Juncker è presidente, eletto dal Parlamento, è un governo comunitario e democratico, ma sostanzialmente impotente. La sua burocrazia, in compenso, politicamente debole, si diletta in Delibere e Raccomandazioni spesso vissute come oppressive dai cittadini europei, benchè non vincolanti. Poi c’è il Consiglio dei capi di Stato e di governo, un governo non comunitario, ma intergovernativo. È il governo reale, istituzionalmente forte, ma politicamente paralizzato dal conflitto degli interessi di 27 Paesi, ciascuno dei quali difende con le unghie e con i denti i propri interessi nazionali immediati. E’ evidente che il governo “intergovernativo” pesa di più di quello comunitario. Anche perché i governi, tutti quanti, hanno legittimazione diretta e quotidiana da parte dei loro cittadini. I quali si trovano, dunque, in una situazione schizofrenica: alla Commissione europea chiedono prestazioni, che non è in grado di fornire – per es. difesa comune, sicurezza comune, politica estera comune, fiscalità equa, controllo del sistema bancario – ma, contemporaneamente, rifiutano ai loro governi il consenso circa le risposte, gli impegni, i sacrifici che quelle prestazioni esigerebbero.

NON SONO I TEMPI DI ADENAUER, SCHUMANN E DE GASPERI

Una parte crescente di cittadini sta ripiegando sulla difesa ad oltranza della sovranità nazionale, i cui limiti, viceversa, appaiono sempre più evidenti di fronte alle sfide comunitarie e globali. I casi recenti delle politiche dell’immigrazione e della sicurezza contro il terrorismo sono la controprova della schizofrenia dei cittadini europei. D’altronde, proprio perché elette democraticamente, le classi dirigenti non possono fare forzature, andando oltre il proprio mandato. Spesso vengono ricordati con rimpianto i grandi leader visionari europei, da Adenauer a Schumann a De Gasperi. Sì, certo. Però avevano alle spalle dei cittadini /elettori dei loro Paesi, sui quali pesavano le macerie terribili delle città bombardate e dei milioni di morti: 4 milioni solo quelli tedeschi. Quali cittadini hanno alle spalle i leader di oggi? Come quelli di ieri, anche i politici di oggi hanno bisogno del consenso. Che è quello espresso oggi dal livello di consapevolezza storico-culturale esistente.

UN IMPERO MAI NATO, TRA PAURA DEL NEMICO E APERTURA

Questa sta, da sempre, al punto di intersezione di due dinamiche: quella della paura del nemico e quella della comunità aperta. La politica, scriveva Carl Schmitt negli anni ’30, consiste nell’identificazione dell’amico/nemico. L’altra dinamica è quella della comunità di uomini, che insieme affrontano le sfideh. Dobbiamo prendere atto che oggi la paura è il motore principale. Non basta. Ma la buona politica e i politici di buona volontà non possono farci molto. Occorrono altre risorse da altre radici. Se non si trovano, il destino storico è segnato. Un secolo fa circa, l’impero sovrannazionale asburgico crollò alla fine di quattro anni di guerra. Assai più fragile è un “impero” mai nato quale è quello europeo.

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