Musulmani, moschee, lingua da usare. La testimonianza di un ex missionario degli emigranti italiani

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Come ex cappellano missionario tra gli emigranti italiani in Svizzera, trovo del tutto fuori luogo la proposta proveniente con insistenza da più parti che si debba imporre agli imam islamici operanti nelle moschee italiane di fare i loro sermoni nella nostra lingua, in modo che si possa controllare se sconfinano in una illecita propaganda politica o addirittura terroristica. È semplicemente assurdo!

Faccio notare che le MCI (missioni cattoliche italiane) erano (e in parte sono ancora) aperte in diversi paesi del mondo, dall’Europa, all’America del nord e del sud, all’Africa, all’Asia e all’Australia, proprio per facilitare la pratica religiosa (liturgia, catechesi, conferenze…) degli emigranti italiani permettendo di superare l’ostacolo della lingua locale (francese, inglese o tedesco…) che per molti resta di difficile comprensione anche dopo anni di emigrazione.

Gli stessi missionari italiani, per avere dimestichezza sciolta con la lingua del posto, avevano bisogno di tempo. Personalmente, per esempio, solo dopo qualche anno di permanenza a Neuchâtel sono stato in grado di predicare in francese nelle Messe che, per collaborare con un parroco locale, capitava di dover celebrare anche per i fedeli del posto.

Mi domando che cosa potrebbero capire i fedeli islamici di sermoni fatti in italiano. Ma poi questi sermoni da chi dovrebbero essere fatti?

Per risolvere l’eventuale problema del controllo della predicazione nelle moschee, l’unica soluzione è che i servizi di sicurezza italiani preparino una folta squadra di agenti che conoscano bene l’arabo e le varie lingue dei paesi da cui provengono i frequentatori delle moschee italiane. Ma è una soluzione praticabile?

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