Gian Antonio Stella racconta al BergamoFestival “quando gli albanesi eravamo noi. Abbiamo dato al mondo uomini straordinari”

0

«Alla domanda: quali sono le priorità del Paese? I nostri intervistati mettono al primo posto, ovviamente, il tema del lavoro citandolo per l’86%. Ma a seguire abbiamo “sicurezza ed immigrazione” che passa dal 10% delle citazioni del 2014 al 50% di oggi». Con questo significante dato il sondaggista Nando Pagnoncelli introduce alla vastissima platea del BergamoFestival l’ospite di serata: Gian Antonio Stella. Scrittore e firma di punta del Corriere della Sera, Stella per una serata depone (si fa per dire) le armi della politica per parlare di immigrazione, per raccontare di “quando gli albanesi eravamo noi”, sottotitolo di uno dei suoi libri più noti: “L’orda” (Rizzoli 2002).
«Abbiamo regalato al mondo centinaia di uomini straordinari e alcune figure di assoluta eccellenza – esordisce Stella -: pittori come Paolo Cesana, al secolo Paul Cézanne; scrittori formidabili come Émile Zola; abbiamo regalato all’America uomini formidabili come Filippo Mazzei autore di una delle frasi più importanti della dichiarazioni d’Indipendenza americana: “Gli uomini nascono per loro natura tutti uguali”. E poi ancora: Giacomo Beltrami, esploratore bergamasco primo ad arrivare alle sorgenti del Mississippi e primo ad aver scritto un vocabolario dal Sioux all’inglese; Antonio Meucci, padre del telefono; Enrico Fermi, padre dell’energia atomica. Per finire con Hollywood: Al Pacino, Madonna, Leonardo Di Caprio, Robert De Niro». Ma questi sono solo alcuni degli immigrati – o figli di immigrati – italiani nel mondo. Quelli di cui abbiamo memoria. Tutti gli altri sono stati dimenticati dalla storia. Noi italiani, come vuole rammentare il già citato libro di Stella, ci siamo dimenticati della nostra storia.

13214585_10207532464644805_807000765_o

«I nostri nonni partivano per l’America – prosegue Stella – spinti dalla fame, dalla mortalità, dal sogno di una vita nuova che le agenzie vendevano loro sotto forma di cartoline che recitavano: “Vi porto a Nuova Yorche e qui mi disonoro se è falso che le strade son lastricate d’oro”. E lo stesso Charles Dickens racconta che tutti gli italiani che arrivavano a New York erano convinti che le strade fossero lastricate d’oro. Non sapevano che invece sarebbe toccato a loro lastricarle quelle strade». E in quanti hanno perso la vita nella traversata in mare. E in quanti una volta arrivati, credendo di aver finalmente coronato il sogno di una vita, si sono trovati di fronte alla cruda realtà di un popolo, quello americano che degli italiani pensava questo: “Non abbiamo spazio in questo Paese per l’uomo con la zappa, sporco della terra che scava e guidato da una mente minimamente superiore a quella del bue di cui è fratello”. «Per non parlare delle condizioni di vita – ricorda ancora Stella – che attendevano i nostri connazionali: alcuni dati del tempo ci rivelano che in un caseggiato di 132 stanze vivevano 1324 italiani. È una situazione che sentiamo anche di questi tempi, vero?».
Sono dunque molti i punti in comune tra la nostra immigrazione, quella dei nostri avi, cominciata già nel XIX secolo, e quella che in tempi recenti sta interessando tutta l’Europa. E infatti Gian Antonio Stella, sollecitato dalle numerose domande del pubblico, non si risparmia e dice la sua anche su fatti di stretta attualità: «Quando io sono nato c’erano 4 africani per ogni italiano. Adesso siamo 60 milioni di italiani e 960 milioni di africani. Non possiamo accoglierli tutti, è evidente questo! Si tratta di fare scelte diverse e riflettere su come aiutarli in altro modo. Se costa di meno produrre una scatola di pomodori pelati a Reggio Emilia, perché ci sono gli aiuti europei, piuttosto che in Ghana, ma cosa pretendiamo? Che restino in Ghana a fare la fame? O cambiamo le regole commerciali in modo da consentire all’Africa di crescere o non ne usciamo. Un altro esempio: voi conoscete qualche immigrato della Namibia? Io nessuno. E il motivo è presto detto: se un africano ha la possibilità di vivere in modo decente, decoroso a casa sua, rimane lì, non viene a prendere il freddo nei paesi del nord Europa. E ancora: se noi, Italia, vendiamo le armi all’Eritrea come possiamo pretendere che il popolo eritreo poi non scappi da quelle zone di guerra?».
Si tratta quindi di aiutarli a casa loro? Non solo, perché in un futuro non troppo lontano noi avremo bisogno di questa forza lavoro: «Un dato ufficiale della Nazioni Unite – prosegue Stella – ci dice che, posta la natalità di questi anni, se domani i cosiddetti Paesi ricchi chiudessero le frontiere, fra vent’anni ci saranno 89 milioni di lavoratori in meno, pari alla popolazione lavorativa di tutta l’Italia e di tutta la Germania messe insieme. Di fronte a questi dati uno Stato serio si deve porre “solo” il problema di come gestire e regolare il flusso immigratorio. Pensare di chiudere le frontiere è ridicolo!».
E a chi incalza Stella citando l’Islam e i fondamentalismi come dato discriminante tra le diverse immigrazioni, il giornalista risponde portando l’esempio di Sadiq Khan, nuovo sindaco di Londra di origini mussulmane: «E’ come se avesse messo la testa sotto la ghigliottina andando a giurare in una cattedrale. E secondo voi da che parte sta? Sta dalla parte nostra. Nel momento in cui si espone in questo modo, nel momento in cui fa una scelta e rischia la vita e si oppone al fanatismo islamico, noi dobbiamo dargli atto che sta dalla parte nostra. Perciò non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, dobbiamo avere la lucidità di fare delle distinzioni. Concludo dicendo questo: noi pretendiamo che coloro che vengono nel nostro paese siano dei bravi cittadini. Ma come fanno ad essere dei bravi cittadini se non riescono a diventare cittadini? Ormai tutti gli Stati anche in Europa hanno cambiate le leggi, dobbiamo farlo anche noi. Vogliamo farli giurare sulla Costituzione? Sono d’accordo. Vogliamo mettere dei paletti rigidissimi che comprendono il conoscere la lingua, rispettare la legge e i costumi locali? Sono d’accordo. Ma una volta che hai messo questi paletti devi farli diventare italiani».

Share.

Lascia un commento