Il funerale non dovrebbe essere il panegirico per il caro estinto

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Ho partecipato a un funerale, in un paese della val Seriana. Tra il defunto e i figli c’erano dei problemi e in paese si sapeva. Nessun scandalo, capita. Ma al saluto dopo la comunione il figlio, che era in contrasto con il padre, ha fatto un discorsone di lodi sperticate. Chi di noi sapeva ha provato un grosso disagio. Mi sono fatto l’idea che la Chiesa farebbe meglio a impedire queste commemorazioni. La morte è una cosa seria e la liturgia anche. Dimmi il tuo parere. Federico.

IL FUNERALE, ATTO DI FEDE

Caro Federico, certamente la morte è un evento delicato, serio, al quale accostarsi con riverenza e sacralità, con profondo rispetto, per non sciupare il commiato dai propri cari. Nel funerale il defunto viene portato dalla comunità e presentato al Padre perché lo accolga nelle sue braccia di misericordia. Il funerale non è quindi uno spettacolo né la “celebrazione” del defunto, ma è un evento nel quale la Chiesa afferma la sua fede nella Pasqua di Cristo, e in essa ogni battezzato può accedere per partecipare alla sua morte e resurrezione. Può accadere, nelle liturgie funebri, che si facciano dei riferimenti alla vita del defunto, ma ciò non deve essere il centro né della celebrazione né dell’omelia.

ANCHE GESÙ È PASSATO ATTRAVERSO LA MORTE

La Chiesa celebra la morte dei suoi figli per ricordare che è un evento da vivere in Dio e con Lui. Con l’incarnazione Gesù ha vissuto fino in fondo la condizione degli uomini non rifuggendo nulla se non il peccato, e ha attraversato la vita in tutte le sue manifestazioni, non ultima la morte. La morte è una realtà profondamente umana con tutta la valenza di sofferenza e di perdita che essa comporta per chi rimane, ma è anche una realtà divina, poiché il Figlio di Dio l’ha vissuta e oltrepassata, aprendo per tutti la porta della resurrezione. Ogni morte diventa annuncio e proclamazione della Pasqua, nell’attesa della venuta finale di Cristo quando Lui sarà tutto in tutti e in lui ritroveremo quanti ci hanno amato e lasciato.

LA CELEBRAZIONE DELLA MORTE, PAROLA DI SPERANZA

La celebrazione delle esequie diviene per la Chiesa una grande opportunità per annunciare il mistero di Dio e proclamare il suo amore che è più forte della morte. Quante persone lontane dalla Chiesa vi ritornano occasionalmente per partecipare al funerale di un congiunto o di un amico e possono solo lì accogliere una Parola altra di speranza e di senso sul proprio vivere e morire! L’opportunità di ascoltare, attraverso la Parola annunciata, l’esperienza della salvezza che Dio vuole continuare in ogni uomo, attendendolo in ogni lontananza e peccato sino al punto estremo della morte, diviene un dono prezioso per tutti gli uomini. In essa si afferma che la vocazione ultima dell’uomo è la vita e non la morte. Prendendo congedo dai nostri cari siamo chiamati anche a fare un esame di coscienza sulla nostra esistenza, su come abbiamo vissuto, su dove ci siamo radicati, se sulla roccia o sulla sabbia, su ciò che è duraturo o effimero. Possiamo anche riconoscere tutte le opportunità sprecate o perse di dialogo, perdono e riconciliazione e accogliere la sfida a vivere il tempo che ci è rimasto come opportunità di conversione e cambiamento.

LA RETORICA DEI FUNERALI

Non conosco la situazione che tu presenti, ma mi piace collocare in questa prospettiva l’intervento di quel figlio al funerale del padre che, come tu dici, ha suscitato tanto disagio negli uditori: lo leggo come un tentativo di riscatto, la presa di coscienza delle opportunità sprecate per risolvere conflitti o ostilità familiari causate da interessi o contrasti superficiali. È un monito per non lasciare nulla in sospeso o incompiuto nella vita ed avere il coraggio e la sapienza di attraversare gli eventi lieti o tristi, opportunità preziose per riflettere sul proprio vivere e morire. È fondamentale conoscere per chi si vive e si muore: perché vi è una morte che è fonte di vita e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere o l’una o l’altra.

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