Il referendum sulle riforme. Renzi, la destra e gli strani movimenti attorno. Il caso di Feltri

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Foto: il senatore Denis Verdini

IL “TASSISTA” VERDINI

Che un pezzo della destra – rappresentato da Denis Verdini, capitano della squadra disinvoltamente passata dal sofisticato modulo col trequartista di Berlusconi al più popolare 4-4-2 governativo – si trasferisse armi e bagagli (nei fatti) nel Pd, chi l’avrebbe mai detto? Le avvisaglie risalgono a non più di qualche mese, d’accordo, allorché il parlamentare toscano, paragonandosi a un taxista, disse ineffabilmente: “Solo io posso condurre in dieci minuti chiunque da Silvio a Matteo”. Vero, tuttavia per quindici anni chi ha compilato le liste elettorali di Forza Italia, invitando al caffè, all’osteria, al ristorante o nel suo ufficio (a seconda del peso specifico) i vari candidati? E chi ha pilotato i cambi di casacca che servivano, ai tempi di Berlusconi presidente del consiglio? Ma ora – che ci possiamo fare? – va di moda il partito della nazione (o della dazione, altrimenti detto).

LA PARTITA. IL PRIMO TEMPO: LE AMMINISTRATIVE

In Italia, questo e altro. La partita appena cominciata, del resto, assume reale importanza, al di là dello scetticismo dei tanti connazionali vaccinati da decenni d’immobilismo sostanziale. Primo tempo, le amministrative (Roma e Milano, ma anche Napoli e Torino). Intervallo, lungo, secondo le ferragostane abitudini locali. Secondo tempo, il referendum (sulle riforme, non quello delle trivelle). Naturalmente l’andamento della ripresa può dipendere dal risultato del primo tempo. L’importanza dell’esito finale riguarda l’immobilismo sostanziale di cui sopra. Assodato – pare un dato obiettivo – che così non si può andare avanti, questa sarà la volta buona?
Renzi – che con lealtà, almeno apparente, si gioca tutto – risponde di sì, se, alla consultazione popolare, si voterà sì. Il premier teme, o addirittura dà per scontato, d’andare al riposo in svantaggio. Probabile infatti che delle quattro grandi città almeno due le perda. Il suo nervosismo è trapelato alimentando una contrapposizione con la magistratura innaturale per il Pd e con qualche comportamento giudicato arrogante. I relativi dietrofront non hanno che confermato il momentaneo disagio.

IL SECONDO TEMPO: IL REFERENDUM

Ecco perché la sua formazione – e quelli come Verdini forniscono le più ampie garanzie – dovrà esser disposta alla prestazione della vita, quando si giocherà per il referendum. Al punto da lanciare il guanto di sfida sin d’ora, con cinque mesi d’anticipo e come se lo scoglio delle comunali fosse un’altra gara, per di più dal risultato ininfluente come un’amichevole.
Per gli elettori si tratta di un’autentica chiamata alle armi, alla quale molti legittimamente pensano di sottrarsi. La politica ha veramente rotto le scatole, non solo per i continui episodi di corruzione ma pure la sua totale inaffidabilità, documentata proprio dai comportamenti dei Verdini di turno. Stavolta però il tema del contendere va oltre il disorientamento e il disgusto. Ognuno deve sforzarsi di far mente locale, senza lasciarsi influenzare né da simpatie e antipatie, né dalle campagne di stampa o pubblicitarie. La posta in palio è davvero rilevante.

SNELLIRE IL PAESE. FINALMENTE

Queste riforme sono l’occasione per svecchiare finalmente il Paese, snellendone le strutture, oppure costituiscono il definitivo trampolino di lancio dell’ambizioso Matteo? In soldoni, questo il dilemma. Da osservatori, si può solo far notare che diminuire il numero dei deputati oppure limitare le attribuzioni alle Regioni, affinché operino efficacemente nei loro ambiti, sembra logico. E che, d’altro canto, va considerato normale che i mezzi prescelti siano funzionali a chi li propone.
Se questo è lo scenario, in cui la demagogia destrorsa – ben diversa da quella sciocca bossiana – tenta d’impadronirsi di un crescente disagio basato su argomenti d’obiettivo impatto, sullo sfondo resta l’ambiguità berlusconiana. Come sempre, il leader di Forza Italia dice una cosa e (probabilmente) ne fa un’altra, dando direttive teoriche a Brunetta mentre gli storici luogotenenti (non solo Verdini, ma anche Alfano) sono pur passati dalla parte di Renzi. A sua insaputa? Un doppio gioco, che però, se ha sortito effetto in parlamento, a molti al referendum potrebbe risultare indigesto.

FELTRI AL POSTO DI BELPIETRO

Sarà un’estate calda. Il cittadino rischia di sentirsi tirar per la giacchetta. Ma non deve trionfare il vecchio detto – pur efficacissimo – che il fine giustifica i mezzi. Forte il sospetto che il premier ne sia un sostenitore. L’avvicendamento alla guida di “Libero” da Belpietro a Feltri e’ stato interpretato dai maligni come un indizio. Feltri – espressosi apertamente per il sì – è un fuoriclasse della penna, nessun dubbio, al punto che il suo bagaglio d’aggressività e cinismo passa in secondo piano. Ma Belpietro – fortemente critico nei confronti della riforma renziana – può definirsi lo specialista d’economia, non meno aggressivo e cinico, che forse si sarebbe rivelato un osso duro.
D’accordo che l’influenza sulla gente dei giornali va indebolendosi, forse anche perché ragionamenti ben scritti con l’etica e la sobrietà come fili conduttori latitano sempre di più. Tuttavia le interviste e gli editoriali, in cui il lettore comincia ad imbattersi anche su testate più neutrali, lasciano credere a un’offensiva mediatica solo agl’inizi. Con gli operatori dell’informazione, non s’esagera mai continuando a richiedere terzieta’ pura da osservatori.

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