La Chiesa è diventata fragile. La coraggiosa lucidità di un prete

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“La gente che viene in chiesa è sempre di meno, i matrimoni sono un decimo rispetto a vent’anni fa, non so esattamente quanti siano i neonati battezzati rispetto al totale, ma temo che non siano molto più della metà. Resistono ancora abbastanza i funerali, ma qualche libero pensatore ha incominciato a scegliere la casa del commiato. Di giovani se ne vedono pochissimi… Potrei continuare, passando ai contenuti della fede, all’impegno nella politica… ma può bastare”.

Un amico prete fa un bilancio sconfortante, a prima vista. Se, infatti, si confronta la Chiesa di oggi con la Chiesa di ieri, c’è da dire che la Chiesa di oggi ha molte caratteristiche di un’azienda in liquidazione. In fondo, la lista dell’amico prete non ha nulla di nuovo. È un ritornello che si sente ripetere spesso.

La cosa nuova, invece, è il commento dell’amico. Se i dati sembrano sconfortanti, l’amico non è per nulla sconfortato.  “Mi sembra che ci si stia abituando a una Chiesa diversa, fragile, piccola… Siamo il piccolo gregge”, dice. “Ci si scoraggiava di più quando eravamo molti. Ci si scoraggia di meno ora che siamo pochi”.

Per cui tutto torna alla qualità della nostra fede. “Non è la dimensione del gregge che determina l’immagine vera della Chiesa, ma il suo attaccamento al pastore”. Questo conta. Tutto il resto, quasi tutto il resto, avanza.

Mi pare notevole, questo coraggio della propria debolezza. Forse inevitabile. Ma notevole. Di fronte ai sogni della forza la presa d’atto della debolezza, infatti, è molto più seria, oltre che molto più onesta.

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