Martina Caironi al BergamoFestival: «Mai lasciarsi andare: qualunque muro si può superare»

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La sala Alabastro del Centro Congressi Papa Giovanni XXIII di Bergamo è gremita di amici, parenti, ma anche gente comune accorsa numerosa per vedere e sentire dal vivo una delle più belle storie che lo sport italiano ci ha regalato in questi ultimi anni. È la storia di Martina Caironi, atleta paralimpica di Alzano Lombardo, medaglia d’oro ai giochi paralimpici di Londra 2012 (specialità 100 metri piani) e addirittura 3 medaglie d’oro ai giochi paralimpici di Lione e Doha.

Ospite del BergamoFestival – che ha come titolo, lo ricordiamo, «Muri che si alzano confini che si dissolvono» – per oltre un’ora Martina ha conquistato il pubblico del Festival raccontando con grande entusiasmo e grande simpatia la sua storia che, ci tiene a sottolineare, «non è una rivincita, non volevo dimostrare niente a nessuno; è stata prima di tutto una sfida personale, volevo soltanto provare a rimettermi in gioco». E questa sua meravigliosa carriera (che è solo agli inizi) continua ad essere un gioco per Martina, una passione, un divertimento che giorno dopo giorno le regala enormi soddisfazioni. E pensare che tutto cominciò con un grave incidente come ricorda la stessa Caironi: «Nel 2007 avevo 18 anni e un incidente stradale mi ha portato all’amputazione di mezza gamba sinistra. Un avvenimento traumatico, soprattutto nella spensieratezza di una ragazzina. Si sente spesso parlare di cose brutte ma succedono sempre agli altri, non ti toccano mai in prima persona. Invece questa volta era successo proprio a me e quando vivi una cosa in prima persona capisci che devi fare i conti con le tue forze per continuare a vivere e ad andare avanti».

La grande forza e la grande positività di Martina l’hanno portata a reagire, anche grazie al supporto dei familiari, a questo sconvolgente avvenimento trasformandolo in un nuovo inizio: «Ho capito che in qualsiasi sfortuna il primo passo per superarla è accettarla – prosegue l’atleta. E’ stato un ragionamento molto razionale: io volevo continuare ad essere felice e questo mi ha dato la forza per reagire». Come? Anche grazie al supporto della protesi che la accompagna nel corso delle sue giornate «La protesi è uno strumento, un alleato grazie al quale posso fare tutto: camminare, correre e anche… ballare. Io non mi sento “costretta” dalla protesi, anzi grazie ad essa mi sono rimessa in gioco».

E poi l’atletica, le medaglie, i record (unica donna a scendere sotto i 15’’ in una gara di 100 metri piani), il successo. È di qualche giorno fa la notizia che sarà lei a portare la bandiera italiana all’inaugurazione dei giochi paralimpici di Rio 2016. Eppure l’onere non la spaventa per niente, anzi dice: «Non è motivo di ansia o di agitazione come in molti mi chiedono: a me piace sbandierare, essere quella che apre le danze. Mi ci ritrovo in questo ruolo». Al termine del suo intervento proviamo anche noi ad incalzarla con qualche domanda.

Senti che la tua storia può essere una sorta di segno per tutti e non solo per coloro che hanno una disabilità e devono affrontarla?
«Sì, può essere uno spunto, un esempio anche per chi non ha una disabilità, anche per chi si trova di fronte ad una difficoltà e non sa come reagire. Cerco di dimostrare, alla gente ma anche a me stessa, che con un po’ di impegno e con la forza di volontà qualsiasi difficoltà si può superare. Bisogna però partire dall’intenzione, dal volerlo fare».

Sovente ti presti ad incontrare studenti delle scuole soprattutto qua, nella bergamasca. Cosa pensi di lasciare a questi ragazzi? Quali sono le domande più ricorrenti?
«Ho fatto diversi incontri nelle scuole, soprattutto nei mesi scorsi perché ora sono impegnata nella preparazione a Rio 2016. I ragazzi mi lasciano sempre con dei feedback positivi, mi fanno spesso domande, sono curiosi di capire come funziona la protesi, quali sono le sensazioni che provo quando gareggio. A loro spero di lasciare delle emozioni, delle frasi e una storia su cui riflettere».

Il titolo di quest’anno del BergamoFestival è “Muri che si alzano confini che si dissolvono”. Al di là delle medaglie, dei record, delle vittorie, quale pensi sia stato il vero muro che hai superato?
«Quello del pregiudizio che purtroppo è ancora molto diffuso. È un muro per nulla facile da abbattere perché ognuno di noi – io compresa – ha delle idee preconcette che si fa non solo sulla disabilità ma anche sul colore della pelle, sull’etnia, eccetera. Grazie a tutte le esperienze che ho avuto ho imparato anche io a sbarazzarmi di questi preconcetti».

Secondo te vi è un pregiudizio rispetto al movimento paralimpico? Come viene visto dalle persone e in cosa può crescere?
«Credo che esista ancora una fetta di popolazione che considera le Paralimpiadi come Olimpiadi di serie B. Questo credo sia dovuto al fatto che molti pensano alle manifestazioni olimpiche per persone con disabilità fisiche come a qualcosa relativo al sociale piuttosto che a qualcosa di prettamente sportivo, come in realtà sono. Mi sembra però che sempre più stiamo acquisendo dignità agli occhi della gente, sempre più stiamo dimostrando che non siamo affatto di serie B e questo grazie alle prestazioni, al gesto tecnico».

 

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