La rivoluzione silenziosa degli oratori: là dove c’era un curato ora c’è l’équipe educativa

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Se l’adagio africano dice “Per educare un bambino ci vuole un villaggio” qui – dove il villaggio spesso non c’è – costruirlo è un’impresa che richiede impegno, formazione, collaborazione, sì, ma prima di tutto un cambio radicale di mentalità. Non solo perché negli ultimi 4 anni sono rimasti senza curato oltre quaranta oratori, anche nella nostra diocesi, tradizionalmente – almeno fino a qualche tempo fa – ricca di vocazioni sacerdotali. Si tratta piuttosto di un cammino che tende a realizzare concretamente un’alleanza nuova tra laici e preti nella vita delle comunità, seguendo fra l’altro le indicazioni della nota pastorale “Il laboratorio dei talenti” della commissione episcopale per la famiglia e la vita, che individua gli oratori come luoghi privilegiati dell'”educazione alla vita buona del Vangelo”.
Il passaggio dalla presenza del curato alla costruzione di un’équipe educativa formata da laici è impegnativo e delicato che richiede una mobilitazione seria di forze e di risorse formative e quest’anno l’Ufficio per la pastorale dell’età evolutiva ha messo a disposizione una serie di corsi mirati proprio a questo, a creare figure che sostengano la responsabilità della progettazione e della gestione degli oratori. Quattro i “moduli” in programma, il primo si è svolto a novembre a Bergamo, il secondo a gennaio a Osio, il terzo ad aprile a Brembate, il quarto è in programma al Centro oratori di Bergamo da sabato prossimo. “Sono incontri – spiega don Emanuele Poletti, direttore dell’Upee – rivolti a laici e sacerdoti che si assumono la responsabilità dell’oratorio”. Una curiosità: per quanto questi appuntamenti siano dedicati in modo particolare a quelle realtà dove non c’è più un curato a cui fare riferimento, in realtà hanno partecipato anche parrocchie che ce l’hanno ancora: “La nostra proposta – osserva don Emanuele – è stata accolta bene, e ci siamo sorpresi perché non è un impegno da poco. Hanno partecipato quasi quattrocento persone e solo 25 erano preti, provenienti in tutto da una cinquantina di parrocchie, un segno che l’interesse e l’entusiasmo non mancano, e che ci sono tante persone desiderose di mettere in gioco la loro passione per l’oratorio e la cura dei più piccoli”. C’è in gioco “il tipo di chiesa che vogliamo essere. Ora è il momento giusto perché siano i laici a dimostrare la loro passione educativa. Quella dell’educazione è una questione cruciale e proprio per questo la nostra azione deve essere sempre più corale e comunitaria”. Seguendo l’adagio africano che abbiamo citato all’inizio “per educare un bambino ci vuole un villaggio”, “questo non significa – precisa don Emanuele – che tutti debbano fare la stessa cosa, occorre recuperare una connessione, costruire una rete, un tessuto sociale che permetta di avere una convergenza nella diversità dei carismi e di aiutare questi ragazzi a trovare la loro strada nel mondo, guardandolo come una promessa e non come una minaccia”.
Il corso permette di soffermarsi su alcuni passaggi fondamentali: il primo, per esempio, riguarda la definizione stessa, l’essenza dell’oratorio “che non è fine ma strumento – dice don Emanuele – e risponde alle esigenze del momento, ai tempi e ai ragazzi che incontriamo. E questo porta a osservare le dinamiche, a chiedersi se le strategie usate in passato oggi funzionino ancora”.
Il secondo tema (centrale) sul quale questo percorso si concentra è il significato della presenza dei laici nell’oratorio del futuro a realizzare una ministerialità educativa che viene loro affidata da tutta la comunità.
Il terzo riguarda più approfonditamente l’équipe educativa: “Rappresenta un’evoluzione – aggiunge don Emanuele – del consiglio dell’oratorio, che aveva funzione consultiva e progettuale. Ma – di fatto – si occupava soprattutto della gestione concreta e organizzativa dell’oratorio, tralasciando quella più progettuale. Non è semplice costruire l’equipe educativa, le criticità non mancano, a partire da un’esigenza di legittimazione del suo ruolo di fronte alla comunità. Ma diventa interessante lavorare insieme e cercare soluzioni in chiave progettuale. Centrale anche la questione delle competenze educative da mettere in gioco che in qualche caso possono già esserci, oppure possono essere acquisite o ingaggiate, cercandole dove si trovano”.
Le parrocchie non camminano da sole in questo processo di costruzione delle équipe educative: “L’Upee – chiarisce don Emanuele – garantisce anche l’accompagnamento di un tutor che si affianca alla comunità e ne sostiene i primi passi. Attualmente cinque parrocchie nella nostra diocesi hanno un tutor. Le persone che entrano a far parte dell’esperienza delle équipe educative sono generalmente adulti, genitori e vanno a formare un gruppo di figure nuove che all’interno della Chiesa si assumono un incarico che prima non c’era”. L’avvio è lento, l’impegno è sempre faticoso: “Vediamo però – conclude don Emanuele – dall’ascolto, dalla disponibilità e dall’impegno che le comunità dimostrano che c’è sempre un certo entusiasmo intorno agli oratori. L’anno prossimo i corsi saranno riproposti e ce ne saranno – ci stiamo pensando – anche di secondo livello, che prenda in considerazione alcune questioni specifiche, dall’iniziazione cristiana all’estate”.

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