Pentecoste, l’inattesa sinfonia delle lingue diverse

0

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (Vedi Atti 2, 1-11. Per leggere i testi liturgici di domenica 15 maggio, solennità di Pentecoste, clicca qui)

LA FESTA EBRAICA 

La Pentecoste si celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua. Il termine greco letteralmente significa: cinquantesimo (giorno); così viene chiamata la festa celebrata il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua negli ultimi libri dell’Antico Testamento e nel Nuovo. Negli altri libri dell’Antico Testamento essa viene chiamata “festa delle settimane” o “festa delle primizie”; veniva celebrata sette settimane dopo l’inizio della mietitura. Si trattava originariamente di una festa agricola durante la quale si offrivano a Dio le primizie del raccolto in segno di ringraziamento. Successivamente si trasformò in una commemorazione dell’alleanza, divenendo festa del dono della Torah, della legge santa di Dio. La Pentecoste era l’occasione di un grande afflusso di gente a Gerusalemme.

Molti giudei praticanti e molti simpatizzanti, infatti, si sono recati a Gerusalemme per le festività. Vengono da ogni parte del mondo allora conosciuto. Nonostante le loro differenze e nonostante le loro diverse lingue, tutti capiscono e conoscono il messaggio e la diversità delle loro lingue non costituisce più un ostacolo.

LA BABELE DELLE LINGUE E LA NOSTALGIA DI PENTECOSTE

La Pentecoste è – anche  – un evento di parola. L’evento pentecostale rende possibile a tutti, a tutte le lingue, di accogliere il lieto messaggio. Il contrasto fra la lunga lista dei popoli presenti a Gerusalemme e l’unico messaggio ascoltato fa aumentare la meraviglia: “la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”, dice il testo degli Atti.

Il turbamento della folla dice che ciò che è atteso come normale è la molteplicità delle lingue non la loro unità. È normale che gli uomini siano divisi. È inatteso che essi siano uniti. Proprio per spiegare la molteplicità delle lingue è nato il mito di Babele. Ed è per questo che diversi commentatori parlano di Pentecoste come dell’anti-Babele.

Da notare, però. Il testo degli Atti non dice che rinasce l’unica lingua di Babele, ma che “ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. L’unica lingua è rischiosa infatti: strumento insostituibile di un potere assoluto. Le molte lingue invece, a Pentecoste, sono diventate la sinfonia unica delle molte voci.

Oggi abbiamo la sensazione di una nuova Babele: la confusione delle lingue e la confusione dentro ogni lingua trionfano. Ma, dentro la grande Babele, le piccole comunità a misura d’uomo o le grandi comunità delle comunicazioni globali, tengono viva la nostalgia della Pentecoste, di un uso “amoroso”, “trasparente” del linguaggio, segno di un amore a monte che lo fa nascere e lo sostiene.

La comunità cristiana si trova, in questa festa, per annunciare questa inattesa, sorprendente possibilità che Dio stesso vuole, Dio Spirito, amore, comunicazione amorosa all’uomo.

Share.

Lascia un commento