All’oratorio si impara a crescere, ma anche a lavorare. A Redona e al Villaggio degli sposi un progetto per i neet

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L’oratorio, da sempre presente nella tradizione bergamasca, è luogo di aggregazione, crescita, fede, incontro e sperimentazione. Ma non solo. L’oratorio è anche tempo e lavoro. Gli oratori di Redona e del Villaggio degli sposi, infatti, dal 2010, sono parte integrante di un progetto, TempoLavoro per l’appunto, che vede coinvolti adolescenti e giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti neet. TempoLavoro nasce nel 2008 nell’ambito del Centro Meta del Patronato San Vincenzo, uno spazio dedicato appunto a ragazzi di età compresa fra 16 e 25 anni, con alla spalle un percorso scolastico frammentato e mai concluso e che non riescono ad entrare a far parte del mondo del lavoro. L’idea nata al Patronato si è poi estesa sul territorio, dove sono presenti rispettivamente due sportelli presso i quali operano due volontari che una mattina a settimana, il martedì a Redona e il venerdì al Villaggio, ascoltano questi giovani in cerca di identità e futuro. «Il progetto è nato, inizialmente, per supportare quei giovani che si rivolgevano agli sportelli del Patronato dicendo di voler lavorare, ma non sapevano a chi rivolgersi, soprattutto a causa della crisi; ora, invece, si offre un’opportunità anche a tutti quei giovani che non sanno cosa fare né del loro presente né del loro futuro, non soltanto perché non trovano posti di lavoro, ma perché non credono in se stessi» spiega Isacco Gregis, educatore del Centro Meta del Patronato e referente degli sportelli esterni dislocati sul territorio. «I ragazzi vengono ricevuti per la prima volta allo sportello accoglienza e viene poi fissato un incontro con uno psicologo e con un tutor per indirizzarli verso il laboratorio che più li interessa. Il primo passo del progetto è quello di fare in modo che questi ragazzi scoprano il proprio interesse per una realtà lavorativa, che si compone di una dimensione pratica, di regole, di relazioni; ma, ancora più importante è che questi ragazzi imparino a conoscere se stessi e diventare coscienti di chi sono» continua Gregis. Dopo un percorso personalizzato, con una durata generalmente di un paio di mesi, in cui poter sperimentare la realtà dei laboratori interni al Patronato, i ragazzi vengono indirizzati verso percorsi di tirocinio esterni, presso realtà produttive locali, nelle quali sperimentare pienamente la dimensione lavorativa, non tanto in termini di prestazione e competenze richieste, quanto, invece, in termini di orari, regole, rispetto di sé e dei colleghi e approfondimento e affinamento delle conoscenze acquisite. «Dopo gli anni di attività soltanto interna al Patronato si è deciso di espandere il progetto perché non soltanto l’ambiente scolastico si sentisse responsabile di questi adolescenti fragili, ma anche le parrocchie e, quindi, le comunità, che conoscono da vicino la storia di ognuno di loro e, pertanto, possono essere per loro delle guide. Di tutti i ragazzi coinvolti soltanto il 10% trova lavoro al termine del progetto, ma per le famiglie il traguardo più grande è che i loro figli siano finalmente fuori casa avendo ritrovato slancio e motivazione; così come per noi è decisamente più importante il lavoro che viene fatto su ciascun ragazzo, un lavoro di motivazione e slancio, che offra al ragazzo una progettualità per il futuro e un’opportunità per se stesso, più che il lavoro in sé, coscienti, grazie al rimando dei ragazzi, della fatica di entrare a far parte del mondo lavorativo e di diritti e doveri che questo comporta e che, quindi, è necessario fare un passo alla volta».

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