I Care. Per costruire legami, oltre il particulare: giovani e vecchi, partiti e politica, società e istituzioni…

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Come ritrovare buone ragioni per il vivere-assieme?, si chiedeva alcuni anni fa Giuseppe De Rita. Più ancora: perché dovremmo stare insieme? Cosa ci lega? Finita la stagione delle grandi narrazioni, qual è il collante che mette insieme donne e uomini diversi?

LA DESOLANTE FOTOGRAFIA DEL NOSTRO PAESE

La fotografia del nostro Paese che abbiamo spesso sotto gli occhi è desolante. Non solo non stiamo bene economicamente, affondati dentro una crisi dalla quale si fatica ad uscire, ma anche civilmente sembriamo aver perso la rotta per una buona e fiduciosa convivenza. Secondo la Fondazione Lanza “là dove ci sono un clima sociale incivile e una società ripiegata su se stessa, rivendicativa e rancorosa, con obiettivi di piccola portata, divisa e diffidente; là dove la società è un insieme sconclusionato di elementi individuali, senza coesione, di soggettività esasperate e senza scopo tenute insieme da connessioni deboli; là dove la sfiducia nell’altro diventa fatto ordinario e ‘normale’ (secondo una ricerca della Fondazione due italiani su tre si dichiarano d’accordo con l’affermazione che ‘è meglio guardarsi dagli altri, perché potrebbero approfittare della nostra buona fede’), è chiaro che il legame sociale progressivamente si deteriora e si afferma un clima incivile da guerra di tutti contro tutti.”

TUTTI CONTRO TUTTI

Giovani contro vecchi, anzitutto. I primi che vedono negli anziani un ostacolo che sta rubando loro il futuro. I secondi che non si fidano dei giovani: li sentono inaffidabili, a volte vacui, a volte cinici. Tra l’altro, vista la retorica di questi giorni, occorre smontare la teoria secondo la quale i giovani britannici si siano dimostrati, con il voto al referendum sulla Brexit, a favore dell’Europa in contrapposizione agli elettori più anziani, apertamente schierati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta con un tweet suggerisce una chiave alternativa per comprendere il voto di giovedì: “Una chiave per capire voto per #Brexit?Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%,tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83!”. Se da un lato, quindi, i giovani che si sono recati alle urne hanno tendenzialmente espresso un voto favorevole all’idea di Europa e di una Gran Bretagna come parte integrante dell’Unione, di certo il basso tasso di affluenza dimostra che la gran parte si è disinteressato della questione. Solo un giovane su tre è infatti andato a votare giovedì. Il 75% non ha votato per il Remain, decidendo non di sostenere il fronte del Leave ma di restare a casa. Tra i giovani, insomma, ha vinto l’indifferenza. Appunto.

Poi il tema civico dei legami mette in gioco la questione, seria, della rappresentanza politica e dei partiti. Ha ragione Salvadori quando su Repubblica scrive: “Tutta la letteratura politologica è concorde nell’analisi secondo cui i partiti novecenteschi, strutturati sul territorio, fortemente organizzati ed efficacemente diretti sono strumenti del passato, in Italia e fuori. Eppure, se cedono i partiti strutturati e organizzati, a che cosa si riduce la democrazia pluralistica e rappresentativa? Quale devastazione produce in essa l’infuriare dei movimenti populistici e personalizzati, guidati da leader che evocano la figura dei demagoghi? Si sprecano le lamentele per un simile stato di cose, ma le risposte, appunto, mancano.”

CHE COSA POTREBBERO FARE I CRISTIANI

In tutto questo i cristiani cosa possono fare? Certo battersi più di quanto non abbiano fatto sinora contro quell’“individualismo amorale e incivile”, a volte decisamente cinico ed egoistico, che risulta decisivo per il clima complessivo di imbarbarimento e illegalità. E poi cogliere la differenza tra bene comune e benessere. Lo ha ben spiegato papa Francesco: “Ci abituiamo così facilmente all’ambiente di inequità che ci circonda, che siamo diventati insensibili alle sue manifestazioni. E così confondiamo, senza accorgercene, il ‘bene comune’ con il ‘benessere’, specialmente quando siamo noi che ne godiamo, e non gli altri. Il benessere che fa riferimento solamente all’abbondanza materiale tende ad essere egoista, a difendere gli interessi di parte, a non pensare agli altri, e a cedere al richiamo del consumismo. Così inteso, il benessere, invece di aiutare, è portatore di possibili conflitti e di disgregazione sociale; affermatosi come prospettiva dominante, genera il male della corruzione, che scoraggia e fa tanto danno. Il bene comune, invece è superiore alla somma dei singoli interessi; è un passaggio da ciò che ‘è meglio per me’ a ciò che ‘è meglio per tutti’, e comprende tutto ciò che dà coesione a un popolo: obiettivi comuni, valori condivisi, ideali che aiutano ad alzare lo sguardo al di là di orizzonti individuali”.

Questi sono i giorni dove facciamo memoria di don Lorenzo Milani, morto il 26 giugno del 1967. “I care”, era la scritta posta nella stanza a Barbiana dove i ragazzi studiavano insieme.
“Mi interessa, mi sta a cuore. L’esatto contrario del me ne frego fascista”. Non dimentichiamolo.

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