Il voto di obbedienza. Il mio parroco dice che i preti hanno smesso di obbedire. E anche monaci e monache…

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Avete parlato di povertà e castità. Il mio parroco sostiene che il più disatteso di tutti i voti è l’obbedienza. E precisa dicendo che i preti hanno smesso da tempo di obbedire e che monaci e monache stanno dandosi da fare anche loro. Luisa

GLI ESTREMI DI CHI NON OBBEDISCE MAI E DEI LEADER SI FANNO OBBEDIRE SEMPRE

Cara Luisa, come tu dici il voto di obbedienza è il più disatteso e il panorama che descrivi lo conferma. Il mutamento epocale di questi anni ha coinvolto anche la vita religiosa nella tensione tra tradizione e rinnovamento, nella ricerca di incarnare, nell’oggi, la radicalità di una “sequela Cristi”. Nella relazione con l’autorità siamo passati da una sottomissione cieca ai superiori a una esasperazione della libertà personale e all’individualismo che legittima ogni scelta in virtù della propria autorealizzazione. A volte assistiamo a forme di vita religiosa molto strutturate e rigide nelle quali trovare sicurezza e protezione, dove il leader o il fondatore è seguito pedissequamente quasi innalzato a idolo per le spiccate doti di personalità.

PRIMA SI LASCIA TUTTO, POI CI SI RIPRENDE TUTTO, A POCO A POCO

Occorre ricordare che all’inizio di ogni consacrazione si è disponibili a donare tutto, poi con il passare degli anni si riprende tutto ciò che si è lasciato con entusiasmo per amore del Signore, perché si è affievolito o spento l’amore per lui e il suo Regno.

Ora è il tempo di riconsiderare i fondamenti della vita religiosa dandogli uno spessore nuovo di profondità e significatività perché, dentro la complessità di un cambiamento, rimanga ancora fondante una sequela cristiana nella via dell’obbedienza.

ALL’INIZIO, GESÙ OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE

A me pare che occorra ricomprendere questo voto alla luce della sua origine evangelica e del suo riferimento cristologico: Cristo Gesù è il figlio diletto obbediente al Padre sino al dono totale della sua vita, in riscatto per tutti. A Lui guardiamo per entrare nell’intimità della relazione che lo ha legato al Padre e per meglio comprendere il nostro essere come lui, figli desiderosi di fare solo ciò che a Lui piace. Obbedire è innanzitutto ascoltare! Gesù è sempre stato rivolto al Padre in un ascolto intimo e profondo per comprendere la sua volontà, ma anche è stato in ascolto della vita e della storia per assumerla, amarla e servirla sino in fondo, quale via di salvezza. Scegliere di seguire Cristo è consegnare la propria libertà in una adesione piena a Lui, perché si è riconosciuta nella sua forma di vita, una promessa di vita piena. Questo è possibile dentro una profonda esperienza di fede e di preghiera!

FRANCESCO: VIVERE SENZA NULLA DI PROPRIO

L’obbedienza è, per san Francesco, la forma più alta del vivere senza nulla di proprio, perché coinvolge la propria responsabilità e libertà e tocca il volere e l’autonomia di ogni persona. Quindi ne comprendiamo la difficoltà a viverla! Francesco in una ammonizione rivolta ai frati parla di obbedienza vera, caritativa e perfetta. Vi è una obbedienza vera, diremo noi responsabile, dove al singolo è chiesto di gestire, con diligenza e impegno, ciò che gli è stato affidato come servizio per il bene degli altri; ogni decisione presa nella volontà di assolvere al suo compito, e che sa non essere contro al suo ministro e alla fraternità, è sempre un atto di consegna obbediente, di ascolto della situazione concreta che è da amare. Questo ascolto della realtà è vera obbedienza quando il fratello mette la sua persona nelle mani delle necessità concrete degli altri e si fa strumento per il servizio da svolgere.

ANCORA FRANCESCO: QUANDO IL FRATELLO VA IN CONTRASTO CON IL SUPERIORE

Un’altra situazione che Francesco evidenzia, è il possibile disaccordo tra il fratello e il suo superiore. Laddove insorgono divergenze di vedute, il fratello deve rinunciare volentieri alle cose che vede migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, e tale rinuncia è a lui riferita come obbedienza caritativa. Nella tensione comune verso la comprensione della volontà di Dio ci possono essere delle divergenze su ciò che è meglio fare. A partire dai ruoli di servizio assegnati all’interno della fraternità, Francesco chiede al fratello di consegnare la sua autonomia con un atto di libertà, e con un atto di carità, espressione della fiducia nella manifestazione dell’amore di Dio visibile nella diversità dell’altro. Tale fiducia nasce dal comune desiderio di fare la volontà di Dio non assecondando la tentazione del potere. Francesco da ultimo sottolinea anche un’altra possibilità: “quando il prelato comanda al suddito qualcosa contro la sua anima, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni”. Invita a ritirare la propria disponibilità ad obbedire quando la cosa richiesta fosse contraria alla propria anima, dentro un legame di alleanza fraterna che non ammette mai l’esclusione del fratello.

AMARE CON TUTTO IL CUORE

L’atto di comandare e quello di obbedire, sono guidati dagli stessi parametri di comportamento: l’anima e la Regola, l’ascolto del fratello e la situazione oggettiva. Da questo tipo di relazione viene proposta una vita fraterna nella quale le relazioni saranno, sì faticose e incerte, ma rispettose e dentro un clima di dialogo e comunione che mai viene meno. L’orizzonte nel quale Francesco pone l’obbedienza, forse, può essere una provocazione a riconsiderarla dentro una responsabilità fraterna ed evangelica che chiede a ciascuno uno spessore di libertà e maturità mai dati per scontati. Essa rimane una sfida alla fondatezza di una fede che si fa consegna nelle mani di un altro e decide di giocarsi e donarsi sino alla fine, senza sconti o mezze misure: è dare la vita nella concretezza del quotidiano, per rendere credibile il primato di Dio che affermiamo e che ancora ci invita ad amare Dio con tutto il cuore, l’anima e la mente e il prossimo come noi stessi.

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1 commento

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    da una esagerazione all’altra, così apre questa riflessione, riflessione che riguarda l’obbedienza con le sue “implicanze” e i suoi confini… degli altri voti ne parleremo in altre occasioni. Quando un sacerdote arriva in una nuova comunità, dovrebbe prima di prendere decisioni importanti, consultare suo predecessore fare il punto della situazione, e cercare di capire lo stato di salute della sua nuova comunità… nel bene e nel meno bene, e aprire un dialogo costante con tutti i parrocchiani… quelli impegnati e quelli un poco più defilati cercare di capire il perchè di eventuali e laceranti divisioni. Non deve durare molto, questa riflessione altrimenti rischia di essere ingabbiato in tanti condizionamenti dai quali non riuscirà più ad uscirne.
    Nella maggior parte dei casi invece questo non avviene, perchè quando arrivano pensano di essere già “studiati” e subito cominciano i distinguo con quelli di prima…. quello che hanno fatto gli altri va cambiato…. come in politica.
    E così inizia il “governo” della parrocchia… come fosse una proprietà personale, non tengono conto delle tradizioni, che per carità si possono anche. attraverso un percorso rimodellare, per renderle più consone ai tempi, un mio amico mi riferiva che il suo Parroco ha cambiato pure l’Ave Maria….. e dulcis in fundo si scelgono i collaboratori funzionali a questo progetto.
    Esagerato e sbagliato sarebbe pretendere che obbediscano al gregge, probabilmente dovrebbero crescere insieme al gregge. In questo contesto anche l’obbedienza ai superiori diventa problematica ……. se però ci sta la carriera allora le cose cambiano. Per fortuna non tutti sono così, mi ha molto colpito la risposta del nuovo rettore del Seminario…… semplicemente: Obbedisco

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