Le donne al voto per la prima volta il 2 giugno 1946 scelsero la Repubblica. La scrittrice Elda Lanza: «La lotta per i diritti non è finita»

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Il 2 giugno 1946 per la prima volta nella storia del nostro Paese la nuova forma istituzionale, monarchica o repubblicana, venne scelta con la partecipazione femminile. Le donne al voto, che si erano già recate alle urne durante le elezioni amministrative del 10 marzo 1946, furono 12milioni998mila, un milione più degli uomini. Elda Lanza, scrittrice, giornalista, esperta in comunicazione, prima presentatrice della televisione italiana, femminista e antesignana da sempre, rievoca quel giorno che vide la partecipazione femminile così elevata ed entusiasta. «Quando mi sono trovata dentro la cabina elettorale con la matita in mano e due foglietti, dovevo fare una croce, l’avevo spiegato al mondo intero per mesi come fare, eppure ero preoccupata di non sbagliare. Quando ho saputo che la Repubblica aveva vinto mi sono detta: “Ebbene sì, da questo momento comincia una nuova storia per noi”, quindi c’è un prima e un dopo il 2 giugno 1946, perché le donne esprimendo il loro voto su Monarchia o Repubblica ed eleggendo i membri dell’Assemblea Costituente compirono un passo decisivo verso l’emancipazione», ci confida Elda Lanza, nata a Milano, nominata nel 2014 dall’allora Presidente Giorgio Napolitano, Commendatore al Merito della Repubblica Italiana per meriti civili e culturali.

1946, l’anno della svolta. Le donne al voto. Signora Lanza, fu quello un anno nodale?
«Direi proprio di sì. Ricordo tutto benissimo, perché ero già grande, avevo 21 anni ed ero soprattutto consapevole di quello che stavamo facendo andando a votare. Sapevamo che prima o poi avremmo ottenuto il diritto al voto. Quando finalmente è arrivato, sì, abbiamo urlato e alzato le braccia in aria ma lo aspettavamo. Diversa invece è stata la storia del 2 giugno, perché noi donne avevamo la responsabilità di far votare le donne. Io vivevo in un rione di Milano, Magenta (sono cresciuta e mi sono sposata lì), un rione molto chic ed elegante della vecchia Milano che sta tra la via Moscova e appunto corso Magenta, erano i due ponti da conquistare, ci “scalmanavamo” lì, dove le signore quando uscivano portavano il cappello e la veletta. Dovevamo lavorare su due fronti non facili: le donne della buona borghesia e quelle del popolo entrambe oppresse. È stato un bel periodo, perché sapevamo di avere per le mani una cosa importante e se la giocavamo bene eravamo brave. Considerato che il 2 giugno a Milano non faceva tanto caldo io avevo “i calzerotti”… Ha presente quel meraviglioso film “Come eravamo” con Barbra Streisand e Robert Redford? Guardi lei, e capirà come allora ero io, impegnata e scalmanata, andavo in giro a distribuire foglietti che attaccavo anche sugli alberi oltre che nelle portinerie. Incontravo queste signore chic e dicevo loro “Dovete andare a votare!”, “Dobbiamo andare a votare per la Repubblica!”. Le signore restavano assai perplesse, perché erano cresciute con la monarchia che per loro era una discendenza nobiliare che le toccava. È stata dura, perché fino all’ultimo momento avevamo il terrore di non aver vinto».

Una data importante considerato che sino a quel momento alle donne era sempre stato proibito qualsiasi avvicinamento al mondo politico. Cosa ne pensa?
«Sì certo, ecco, perché io sento che quella è stata anche una vittoria nostra, perché noi ci credevamo. In effetti questo ha cambiato la storia d’Italia, non c’è dubbio. Non sono soddisfatta di quello che oggi rappresentano le donne nella vita politica e sociale del nostro Paese. Credo che le donne abbiano delle prerogative di censo, cultura, organizzazione che vadano sfruttate, assecondate e che devono servire. Le donne vanno nello spazio, dappertutto e se la cavano benissimo, ma la società non è ancora pronta ad aiutare le donne a dare il meglio di sé, per esempio nelle fabbriche non c’è posto per le donne-madri. Inoltre fino a quando una sola donna al mondo verrà picchiata, abusata, uccisa da un uomo che dice di amarla, io non sarò tranquilla, non è per questo che ho creduto di lottare. Quindi no, non abbiamo ancora vinto del tutto».

Secondo Lei le nuove generazioni, le ragazze del ’98 al voto per la prima volta quest’anno, conoscono tutte quelle battaglie che le ragazze del ’46 dovettero combattere nei confronti di una mentalità arcaica di un Paese che vedeva il genere femminile incapace di idee proprie e di conseguenza impossibilitato a poter scegliere chi governasse?
«Non sono nella testa delle ragazze del ’98, però le vedo insicure. Le dirò di più, quando io entravo nelle fabbriche dopo essere tornata da Parigi, dove avevo studiato alla Sorbona, la cosa che mi stupiva di più era la terribile distanza tra noi, che dicevamo quelle cose e le donne che ci ascoltavano. Una distanza incolmabile. Quando dicevo a un’operaia: “Perché devi prendere meno del tuo collega di lavoro?”. Lei mi rispondeva: “Perché è un uomo”. Ero disarmata, “di fronte a una frase così cosa gli sto raccontando?”, ero guardata come se fossi una marziana. Eppure le donne durante due guerre mondiali mentre gli uomini erano a combattere avevano guidato i camion, gli autobus, avevano coltivato la terra e mandato avanti le fabbriche. Questa concezione sbagliata della figura maschile, ahimè, non ce la siamo mai tolta di dosso».

«Sono stata femminista fin da quando è nato il movimento. È stato un libro di Simone De Beauvoir, che avevo conosciuto a Parigi, perché Jean-Paul Sartre era mio professore alla Sorbona, che una volta preso in mano mi ha fatto capire perché ero nata donna, invece che albero o qualche altra cosa», ha dichiarato in un’intervista. Possiamo ancora parlare di femminismo?
«No, direi che ormai è diventata una parola tanto per identificare un concetto. Ma il concetto è diverso e molto più importante. Adesso alle donne sono state aperte tutte le porte ma io voglio che quelle porte siano spalancate. Ho sempre l’impressione che a noi donne venga concesso una cosa, solo perché siamo donne. Quest’atteggiamento mi dà fastidio, speriamo che cambi quanto prima».

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