L’esodo, i naufragi, i morti. I grandi cimiteri sotto la luna parlano anche quando il televisore è spento

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«I grandi cimiteri sotto la luna»: il romanzo che Georges Bernanos scrisse a denuncia e condanna delle atrocità commesse in Spagna dal franchismo durante la guerra civile, torna alla memoria di fronte a un Mediterraneo che raccoglie nelle sue profondità migliaia di bambini, donne e uomini.
A volte, come ultima carezza, le onde depongono alcuni corpi senza vita sulla spiaggia. Lasciano un messaggio fatto di tenerezza negata.
A distanza di ottant’anni i contesti storici sono assai diversi ma il male che li ha abitati e li abita è ugualmente terribile e sconvolgente.
Nel romanzo dello scrittore francese, pubblicato nel 1938, la luna non illumina semplicemente una superficie ma si trasforma in un punto luminoso di contatto tra i silenzi dei morti e i silenzi dei vivi.
Silenzi che diventano grida, pianti, domande, denunce.
C’è qualcuno che guardando a questo mare diventato una immensa tomba tenta di affermare che non lui, ma solo gli altri, devono rispondere di questa tragedia.
Eppure dall’isola di Lesbo, affollata da esseri umani in fuga disperata, era venuto non molti giorni addietro un monito: «Il mondo sarà giudicato dal modo in cui vi avrà trattati. E saremo tutti responsabili del modo in cui rispondiamo alla crisi e al conflitto nelle regioni dalle quali provenite!».
Un monito al mondo.
«I grandi cimiteri sotto la luna interrogano ancora, e di più, l’onore dei cristiani. Fame, arsenali, violenza, devastazioni chiedono minacciosamente conto della nostra qualità. E v’è l’esigenza che la qualità democratica e cristiana si renda percettibile per una coscienza inquieta, per la continuità di una vibrazione ideale».
Sono parole di Mino Martinazzoli che ha attraversato la storia del nostro Paese lasciando feconde tracce di pensiero, di progetto e di impegno.
Sono state pronunciate e scritte molti anni prima della tragedia nel Mediterraneo, si riferivano ad altre disumanità.
I grandi cimiteri sotto la luna di oggi rendono inquieta la coscienza, bussano insistentemente alla sua porta, mettono sotto esame quelli che Bernanos definisce “i benpensanti”, coloro che sono sempre pronti a chiamarsi fuori, a definirsi realisti, a puntare il dito verso altri mai verso se stessi.
Così avviene nei dibattiti politici dove manca l’onestà intellettuale di riconoscere che di fronte alle tragedie dell’uomo è d’obbligo morale un supplemento di umiltà, di superamento delle partigianerie, di volontà e di capacità di giungere a risposte comuni ed efficaci.
Ed ecco allora un secondo pensiero di Mino Martinazzoli: «Noi sappiamo che il male esiste, che la battaglia contro il male della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’odio non può lasciarci disertori o indifferenti. Ma è una battaglia che ha sequenze molto lunghe, che non ha una sua compiutezza, probabilmente, su quell’orizzontalità che ci appartiene. C’è un bellissimo discorso di Moro che conclude: ‘Forse su questa terra non vi è il regno della compiutezza della giustizia, forse ci tocca di avere sempre e fame e sete di giustizia. Questo è il nostro destino, ma è tuttavia un grande destino’».
Sono pensieri alti, di cui si ha nostalgia e di cui si auspica il ritorno. Ma con il rimpianto poco o nulla si costruisce mentre i grandi cimiteri sotto la luna continuano a parlare anche a televisore spento, a pc chiuso, a giornale ripiegato.
Parlano delle atroci sofferenze dei morti annegati non tanto per suscitare emozioni ma per chiedere ai vivi di fermarle, di impedirle con le armi della giustizia, della solidarietà e della pace.
Parlano di quell’“avere sempre fame e sete di giustizia” non per suscitare utopie ma per far vibrare quell’inquietudine che motiva e rafforza l’impegno a essere semplicemente uomini e donne: uomini e donne pensanti.

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