Un “curato unico” di due oratori belli tosti

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Foto: don Alberto Varinelli e collaboratrici

Don Alberto Varinelli, 32 anni, è curato di due oratori,
quello di Grumello del Monte e quello di Telgate.
I due oratori sono pieni di attività. Le due parrocchie fanno complessivamente 12.000 abitanti.
Don Alberto vive in comunità con gli altri sacerdoti delle due parrocchie.
Vita non sempre facile, ma appassionante.

“Don, come va con i due oratori? Resisti? E le Messe? E le riunioni? E i due CRE?” Queste le domande più frequenti che mi rivolge la mia gente di Grumello e Telgate, che con questi interrogativi dice il bene che mi vuole. Belle domande. Come essere prete con un impegno su due oratori di una certa grandezza senza ridursi a porsi come un manager o una sorta di rappresentante del sacro, che saltella da un incontro all’altro senza creare legami umani stabili e relazioni profonde, radicate nella fede? Non ho ricette da offrire, ho solo la mia piccola esperienza, fatta di passione, impegno, fatica, qualche lacrima, ma soprattutto tanta gioia. In primis, lo scorso settembre, iniziando questa avventura pastorale, ho risposto a questa domanda necessaria, decisiva: “chi voglio essere per queste comunità che mi sono affidate?”. Ho risposto: “un prete”. Questo il fondamento: volevo e voglio essere un uomo che dica con la vita la passione per Dio e per l’umanità, cercando di prendersi a cuore l’obiettività della fede della gente. Il resto, quasi a cascata, scaturisce da qui. Gli ingredienti che sto cercando di amalgamare per crescere con le mie comunità in questa esperienza sono tre: fraternità, corresponsabilità, fede.

Fraternità innanzitutto. Vivo con i miei fratelli: per me la mia famiglia oggi sono don Angelo, don Mario, don Luca e don Franco. Quattro di noi abitano la stessa casa di Grumello, don Mario vive a Telgate ma ci raggiunge a pranzo ogni giorno. Mangiamo insieme, viviamo insieme: il lavoro è di tutti, le fatiche sono di tutti, le gioie anche. È vero, non c’è più “il don”, quello che è sempre in oratorio, ma c’è molto di più: c’è una fraternità sacerdotale, di cui è bello conoscere ogni componente, perché tutti parlano di Dio. È questa fraternità che rende possibile l’esperienza di interparrocchialità: se i preti ci credono e la testimoniano, le comunità rispondono.

Corresponsabilità. È il sogno del Concilio che finalmente si avvera: non preti e laici, ma preti con i laici. Tanta gente è più brava di me in tante cose: animazione, riflessioni, organizzazione, gestione di esperienze ludico-ricreative e tanto altro ancora; al prete serve l’umiltà di non avere manie di onnipresenza, ma di chiedere con semplicità: “sei bravo in questo. Mi aiuti?”. Sentendo la comunità come un dono e un impegno di tutti, maturano legami forti che valorizzano le competenze e le diversità dei carismi, che vengono messi al servizio per il bene della Chiesa, vissuta come famiglia.

Sto sperimentando questo proprio in questi giorni, con le macchine dei CRE ormai lanciatissime: quanta gente lavora con me: mamme, papà, volontari, educatori professionali, adolescenti e giovani. È davvero bello quando i fratelli vivono insieme: è la verità profonda del Salmo che si riversa nella vita.

Poi, la fede. Ultima non perché meno importante, ma in quanto fondamento dell’essere e del fare di ciascuno. Sono prete perché il Signore mi ha fatto questo dono, sono prete per dire la bellezza di un Dio prossimo all’uomo. L’interparrocchialità o l’essere “il curato unico”, come è stato definito a Grumello e Telgate questo ministero quando ancora si stava riflettendo con il Vescovo e i suoi collaboratori sull’opportunità dell’istituzione di questa figura, trova senso solo nella fede: è il riferimento a Gesù Cristo che rende possibile un cammino insieme e una vera condivisione di risorse, di ogni tipo, umane in primis. Certo, un ministero vissuto così non è sempre facile, a volte giunge la sera e la fatica sembra schiacciare il corpo. Ma, nel cuore, quanta gioia! È bello, essere preti così: uomini, fratelli, annunciatori della gioia del Vangelo.

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