Gmg, Roma e Cracovia unite dal filo della Misericordia. Accattoli: Francesco e Giovanni Paolo II, due Papi vicini ai giovani

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La prossima Giornata mondiale della Gioventù (Gmg) si farà a Cracovia, dal 26 al 31 luglio, dove fu arcivescovo Karol Wojtyla. Francesco, amatissimo dai ragazzi che hanno bisogno di un Buon Pastore, dunque nel solco di San Giovanni Paolo II, il Papa dei giovani. Per il vaticanista, giornalista e scrittore Luigi Accattoli, firma del “Corriere della Sera” e del “Regno”, che gestisce un blog d’autore che porta il suo nome «c’è nei due Papi una continuità da missionari del mondo e anche missionari presso il mondo dei giovani. Difficile per le Chiese cristiane parlare ai giovani. Papa Wojtyla ci ha provato anche con le Giornate della Gioventù, Francesco – come già Benedetto – apprezza quella modalità. Inoltre Bergoglio e Wojtyla hanno in comune un carisma della comunicazione, che li aiuta a rapportarsi ai ragazzi. Si direbbe che sono dei comunicatori globali, o integrali, che sanno toccare più corde e quelle giuste per arrivare alle nuove generazioni».
Il Cardinale Stanislao Dziwisz, segretario di Wojtyla e oggi arcivescovo di Cracovia, ha detto che “la Gmg sarà all’insegna della misericordia”. In quest’Anno Santo Straordinario un “fil rouge” unisce Roma con Cracovia, dove sono attesi giovani provenienti da 194 Paesi?
«Misericordia, cioè Dio che è amore. Giovanni Paolo II scrisse un’enciclica sulla misericordia: la “Dives in misericordia” (Dio ricco di misericordia, 1980), che era un richiamo alla centralità dell’amore nell’annuncio cristiano. Poi abbiamo avuto Benedetto XVI che ha approfondito quella centralità con l’enciclica “Deus caritas est” (Dio è amore, 2006). Ed eccoci a Francesco con l’anno giubilare della Misericordia: c’è una straordinaria continuità tra i tre ultimi Papi nell’avvertenza di quella centralità. Come a dire che all’uomo d’oggi la vocazione cristiana non può essere presentata altrimenti. All’umanità contemporanea e dunque ai rappresentanti della sua novità, che sono i giovani. Sarà istruttivo vedere come Francesco svolgerà la sua catechesi giovanile a Cracovia».
Bergoglio governa la Curia con rigore e archivia i protocolli di corte, guarda alle periferie del pianeta, scuote un secolare tradizionalismo. Da che cosa è ispirato il cambiamento che si propone?
«“Riforma della Chiesa in uscita missionaria” è il programma del Pontificato, definito così nella “Evangelii Gaudium” (2013), al paragrafo 17. Quel cambiamento per la missione, Francesco lo qualifica come “riforma paradigmatica”, che cioè deve servire da guida a ogni altra innovazione. A sua volta l’uscita missionaria ha come obiettivo l’annuncio della misericordia: ecco dunque che gli elementi base del Pontificato vengono a ricondursi a unità. Potrebbero essere elencati così: uscire con il Vangelo da consuetudini bloccanti per portare a tutti e innanzitutto ai poveri il messaggio della misericordia».
Il Santo Padre il 29 luglio prossimo sarà ad Auschwitz e al campo di Birkenau, dove visiterà per la prima volta la “valle oscura della morte”. Un’altra storica visita in una dolorosa periferia dell’esistenza del Papa venuto dalla fine del mondo?
«Ad Auschwitz sono andati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ed è dunque ovvio che là vada a inginocchiarsi Francesco. Non darei a quella tappa una valenza storica, che è da attribuire all’apertura di una strada. Qui la strada è già tracciata. Gli darei piuttosto il valore di una conferma. La presenza ad Auschwitz del Papa polacco e del Papa tedesco ebbe ovviamente maggiore rilievo. Ora il Papa argentino ci dice che quel Golgota dell’umanità fa parte della geografia di ogni Papa».
“Sono i giovani stessi che hanno inventato la Gmg” ripeteva Wojtyla, il quale non si considerava il fondatore delle Gmg. La sua iniziativa di realizzare un incontro internazionale di giovani, la possiamo mettere tra le grandi intuizioni del suo Pontificato?
«Certamente. Giovanni Paolo minimizzava il suo ruolo ed è vero che i giovani diedero una risposta incoraggiante, ma è stato lui a fare per primo una chiamata coraggiosa e non era affatto semplice fare quella proposta a metà degli anni ’80, quando partirono le Giornate e quando si era nell’immediato domani di una stagione di turbolenza giovanile, che aveva dominato l’intero decennio precedente. E non bisogna dimenticare che la chiamata del Papa ai ragazzi è più antica delle Giornate e risale a quel primo giorno in piazza San Pietro, quello dell’appello “aprite le porte a Cristo”, del 22 ottobre 1978, quando dalla finestra Wojtyla improvvisò questo saluto ai giovani che gridavano dalla piazza “viva il Papa”: “Voi siete l’avvenire del mondo, la speranza della Chiesa! Voi siete la mia speranza”».
Ha seguito i viaggi di San Giovanni Paolo II nella sua terra natale. Che ricordi conserva di quei momenti?
«Sono nove i suoi “ritorni in patria”, come li chiamava. Furono gran cosa anche per noi giornalisti. Specie il primo, del giugno 1979: nove giorni che ridiedero coraggio alla Polonia, una sequenza ininterrotta di folle che non si scioglieranno più. Da assemblee di Chiesa diverranno adunate sindacali e infine manifestazioni politiche e libereranno il Paese dal comunismo. In quei giorni prese forma l’abbraccio del popolo al suo Papa, che si rinnoverà a ogni ritorno: la moltitudine lo avvolgeva nelle piazze, lo seguiva nelle stradine, lo aspettava a ogni incrocio, lo salutava nei pressi di ogni casolare o villaggio, come a consegnarlo al casolare vicino in una staffetta d’affetto che coinvolgeva l’intera nazione. Era primavera e la Polonia traboccava di fiori, tutte le case, tutte le croci, tutte le donne ne avevano a bracciate. Di fiori venivano coperte le strade, dove doveva passare il Papa, altri fiori piovevano dalle finestre quando passava. Un sogno».

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