I funerali di Andria e l’omelia del vescovo Mansi. Esemplare: così dovrebbe essere, sempre, l’omelia di un funerale

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Il vescovo di Adria, mons. Luigi Mansi, ha tenuto l’omelia durante la messa funebre per le vittime dello disastro ferroviario in Puglia. Omelia notevolissima, esemplare. Per lo stile usato nel parlare da parte del vescovo, per quello che ha detto.

Mons. Mansi non ha quasi mai alzato gli occhi dai fogli che leggeva. Forse intimorito dalla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, della Presidente della Camera Boldrini, del Ministro del Rio. Forse. Ma il risultato non cambia. Il vescovo non ha dato l’impressione di voler lanciare chissà quali proclami dall’alto della sua cattedra, ma piuttosto di guardarsi dentro e di far parlare il cuore, il suo cuore di vescovo. Non solo, ma la predica è stata una lunga preghiera, nella quale hanno trovato posto anche lo smarrimento e la tentazione della fede, di fronte a una tragedia come quella. Si potrebbe dire, in sintesi, che l’omelia di mons. Mansi è stato un tornare a sé per tornare a Dio, un far parlare il cuore per poter parlare in tutta autenticità, con il Padre, quello che ha taciuto, in quella tragedia per parlare, poi, “dopo tre giorni”, nella Risurrezione del Figlio. Naturalmente, in quella preghiera, hanno trovato posto anche la denuncia, la delusione, le tante cose strane e strampalate che la tragedia ha fatto venire alla luce. Ma tutto questo era preghiera. Come nei salmi, dove si trovano un’infinità di proteste, ma sempre mentre il salmista prega.

Notevole, questo, dicevo. Spesso, infatti, illustri prelati, preti, vescovi, in occasione di grandi funerali pubblici fanno discorsi sociali, politici, denunciano e propongono. Oppure, spesso, parlano molto del defunto e quel parlare è necessariamente un elogio, perché quando uno muore ha diritto, almeno durante il funerale, a un rapido processo di beatificazione. Ma tutto questo dà l’impressione che il funerale sia diventato un’occasione per dire tutt’altro, per fare un panegirico o per dare il maggior peso possibile alla protesta.

Niente di questo ad Andria. Per cui quel funerale è stato anche una piccola scuola: così il celebrante di un funerale dovrebbe fare: avere il coraggio di parlare della morte, di quella morte e della risposta che viene dal sepolcro vuoto del sabato santo.

E che si lascino perdere i panegirici che suonano sempre falsi, anche quando, per caso, sono veri.

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