The Floating Piers, cala il sipario. Un grande rito collettivo, generatore di bellezza

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Cala il sipario su The Floating Piers, l’opera dell’artista ungherese Christo che ha portato oltre un milione di persone sul lago d’Iseo. Ci siamo andati anche noi. All’alba, sperando di evitare le code. Speranza inutile e, alla fine, insensata, perché ci siamo accorti che anch’esse erano necessarie. Che era giusto così: niente preview per la stampa, niente ingressi privilegiati. Questa è arte esperienziale, per entrarci bisogna viverla dall’inizio alla fine. L’attesa ne fa parte.

Ci siamo guardati intorno, a Iseo, poco prima delle 6 del mattino, circondati da centinaia di auto, migliaia di persone, tante lingue e tratti somatici diversi, giovani, anziani, bambini. Ci siamo sentiti infinitamente piccoli. Come un granello della polvere colorata che compone un mandala, come la tessera di un mosaico: eppure anche noi parte di un disegno più grande.
Code ordinate di persone allegre, tranquille e rassegnate: un’ora per la navetta. Poco più di dieci minuti di tragitto, stipati sull’autobus come sardine – sorridenti sardine -. Quasi un’ora a Sulzano, per accedere alla passerella, mentre già sotto i nostri piedi sentivamo il famoso drappo, e tra una curva e l’altra della fila vedevamo dall’alto gli altri visitatori camminare attraverso il lago. “Qualcuno ci ha fatto compagnia per tutta la notte – ci ha spiegato il volontario che contava le persone all’ingresso – da quando abbiamo aperto, verso le 5,30, sono già passati di qui almeno in quattromila”. Poi ecco l’ingresso, ecco il lago, la passerella. E il respiro è diventato di colpo più ampio, più profondo. Lo sguardo si è un po’ smarrito per abbracciare l’orizzonte, l’acqua, il cielo, la riva opposta, Montisola, lo splendente contrasto cromatico arancio-verde-azzurro-blu.

Intorno a noi, tante persone che facevano tutti le stesse cose: togliersi le scarpe, fare qualche passo incerto, sentire sotto i piedi i blocchi galleggianti, provare l’ebbrezza di un po’ di mal di lago, scattare selfie, fotografare tutto il fotografabile. Spiare i mutamenti di colore nelle pieghe della stoffa, un gioco di sfumature cangianti sotto la luce. Sedersi, sdraiarsi a occhi chiusi, lasciarsi cullare dalle onde sollevate dai battelli e dai gommoni di passaggio. Camminare, lentamente. Difficile resistere all’incantamento collettivo. E’ una magia semplice, accessibile a tutti. Una grande festa. Un’occasione da cogliere, perché finisce presto: la data di fine – stasera – non è negoziabile. Ci sono tutti gli elementi di un rituale collettivo, un rituale laico, che ha come centro la passerella. Un rituale che celebra la bellezza, l’ambiente, la terra, i luoghi che lo ospitano. Un rito ordinato, gioioso, che mette un punto nel flusso liquido, ordinario, della routine quotidiana. Viverlo regala energia e lascia la sensazione di aver preso parte a qualcosa di unico, di non ripetibile. Qualcosa che – al di là del bilancio che tutti gli attori coinvolti tracceranno da domani – resterà anche dopo la fine, dopo che il drappo arancione sarà stato ripiegato, i blocchi smontati, terminato il luna park sul lago, tra le dita solo i frammenti di tessuto donati dall’artista, per dire “Io c’ero”.

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