Il web? In Italia non è un ascensore sociale

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“Nel nostro Paese il web è meno che altrove motore di cambiamento, nel senso di ascensore sociale. Infatti, in Italia per chi crea delle imprese, fare start up (le nuove imprese nate sul web), è molto più difficile avere successo rispetto ad altri contesti come quello della Silicon Valley. Creare una start up nel nostro Paese non è un canale di mobilità sociale per una serie di dati strutturali come la carenza di finanziamenti alle nuove imprese. Le start up anche se hanno degli investimenti iniziali minori” per avere successo hanno bisogno di grossi immissioni di capitali, che qui non riescono a trovare. Ivana Pais, Professore associato di Sociologia economica presso la facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, studia i social network e comunità professionali digitali. Per noi analizza quella che alcuni osservatori definiscono “giungla digitale”, dove operano i “precari del web”, la nuova forza lavoro che porta in rete le imprese italiane. “Il lavoro sul web non si può assimilare a una catena di montaggio. Questa è una visione riduttiva, occorre fare dei distinguo, ci sono delle realtà creative, come c’è del lavoro operativo, che è molto ripetitivo e che può assomigliare a una catena di montaggio” sostiene la Professoressa Pais, la quale, all’interno del Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo ha scritto il capitolo sulla sharing economy.

Secondo Eurostat in Italia gli occupati nel settore Ict (Information and Communication Tecnology) sono oltre 550mila, l’85% sono uomini e solo uno su tre è laureato. Sono i “precari del web”, fabbrica virtuale che non chiude mai, senza tutele né contratti stabili. “Classe in divenire” per l’economista britannico Guy Standing. Ce ne vuole parlare?

“In realtà questa etichetta si applica a una categoria molto ampia e che include alcuni professionisti che operano in un regime che viene ricondotto alle caratteristiche della precarietà o dell’instabilità nel senso che non hanno un lavoro stabile e lavorano più a progetto e in alcuni casi anche nel campo delle competenze non particolarmente elevate. Detto questo, all’interno di quei numeri ci sono anche operatori ad alta professionalità per i quali la flessibilità è una scelta e può essere anche un modo di stare sul mercato, potendo spendere competenze più alte e più ricercate dallo stesso mercato. Per alcune figure professionali Ict vi è molta richiesta, per cui quella che per alcuni è precarietà, per altri è una scelta, perché permette di “vendersi” meglio. Non si può generalizzare, ci sono delle figure professionali che lavorano senza contratti stabili, però dipende molto dalla posizione di forza che si ha sul mercato, spesso si tratta di partite Iva, che hanno minori tutele rispetto ai contratti a tempo determinato. Più si hanno qualifiche tipo laurea, master, ecc… e più aumenta la propria posizione di forza, ovviamente”.

L’Ue stima 900mila posti vacanti nel settore digitale nel 2020 in Europa. Per quale motivo i tecnici Ict sono i più difficili da trovare per le aziende italiane?

“Ci sono delle figure professionali molto specifiche rispetto alle quali non abbiamo ancora formato un numero sufficiente di persone con quel determinato tipo di competenza, anche perché sono competenze che cambiano molto velocemente. Quello del web è un mercato in cui il rapporto tra domanda e offerta è difficile da mantenere per l’alto tasso di obsolescenza, cioè le competenze che uno acquisisce a un dato momento poco dopo non servono più, perché sono altre le competenze che vengono richieste. Quello del web è un mondo in continua evoluzione”.

Quando parliamo di “jobless society” che cosa intendiamo dire?

“È un’espressione in parte anche provocatoria per riflettere sul mercato del lavoro nella nostra società, utilizzata nell’ambito di un convegno per stimolare il dibattito. Non è un’etichetta che definisce una situazione, fa riferimento a dei dati, per esempio al grave problema della disoccupazione giovanile italiana, a quello riferito ai ragazzi che non studiano e non lavorano, i cosiddetti “Neet”, acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”. Il termine “jobless society” quindi non è un’etichetta definitoria che ci serve per definire la nostra società, più che altro è una lente attraverso cui leggere le disuguaglianze all’interno del mercato del lavoro, le difficoltà che in particolare alcune categorie, giovani, donne e, in prospettiva, lavoratori anziani trovano nel nostro mercato, soprattutto a partire dalla crisi economica che tutt’ora non ha trovato soluzione”.

Solo 5500 studenti si sono iscritti a informatica nell’anno accademico 2014/2015, il 6% in meno rispetto a dieci anni prima, eppure a cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione degli informatici è appena dell’1,4%, con un reddito medio netto di 1.564 euro. Perché nel nostro Paese così pochi studenti scelgono di laurearsi in informatica?

“Il primo aspetto da tenere in considerazione è quello che non è sufficiente guardare i laureati in informatica, perché ci sono tanti corsi di laurea che formano competenze informatiche. Per esempio, tanti laureati in Ingegneria vanno a operare nel settore Ict, c’è molta più differenziazione rispetto a un anno fa. L’altro aspetto da tenere in considerazione è che da un po’ di anni è calato in generale il numero dei ragazzi che si iscrivono all’università, anche se ci sono dei segnali di ripresa in tal senso. Questo è un settore in cui molti giovani operano a prescindere da un percorso formativo universitario, semmai seguendo dei corsi specifici. C’è da aggiungere che molte ragazze, nonostante i forti investimenti che si stanno facendo, continuano a disertare le aule dove si studia informatica. C’è una tradizione che associa il mondo dell’”hardware” a quello delle macchine, purtroppo, inoltre fino a pochi anni fa chi lavorava nel settore Ict aveva il contratto dei metalmeccanici, che è un mondo più maschile”.

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