Crocifissi di legno, crocifissi di carne. Un sindaco della Lega, il crocifisso, i profughi

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LA SINDACA LEGHISTA APPENDE IL CROCIFISSO ALLA PARETE E RIFIUTA I PROFUGHI

Il suo ufficio ne era sprovvisto: Susanna Ceccardi, esponente della Lega, neo sindaca di Cascina, un grosso borgo in provincia di Pisa di quasi cinquantamila abitanti, ha deciso di affiggere un crocifisso a una delle pareti del suo ufficio. Postando su facebook il gesto. Pochi giorni prima, in Prefettura, la Ceccardi aveva partecipato a una assemblea dei sindaci sull’accoglienza dei profughi. Ci sarebbero stato, infatti, nuovi profughi da ripartire sulla provincia di Pisa e la Prefettura chiedeva di innalzare le quote per ciascun comune. Rompendo il silenzio, la sindaca di Cascina aveva manifestato la sua contrarietà al fatto che “potesse arrivare altri finti profughi nel nostro comune”.

SEVERINO DIANICH, TEOLOGO: I DUE GESTI SONO IN CONTRADDIZIONE

I due gesti sono in contraddizione? A chiederselo è stato uno dei teologi più acuti del nostro Paese, Severino Dianich, e la sua risposta è stata di sì. Lo ha motivato in una lunga lettera che ha mandato a Toscana Oggi, il settimanale regionale di informazione delle Diocesi toscane. Il testo è stato fatto rimbalzare sulla rete suscitando molti discussioni e commenti.

Don Severino comincia con il sostenere che le chiese di altre regioni d’Italia da anni stanno sperimentando, come «caso serio» per la fede, il confronto con le tesi politiche di coloro che esibiscono la loro sedicente difesa della tradizione cristiana, intendendo bloccare l’accoglienza degli immigrati e dei profughi che fuggono dalle regioni funestate dalla persecuzione e dalla guerra. Il fenomeno sta ora coinvolgendo anche le comunità cristiane della sua regione, la Toscana.

UN LIMITE INVALICABILE PER IL CRISTIANO: LA CROCE NON È UN MITO

Dianich scrive poi che i drammi delle migrazioni di massa nel mondo, che agitano oggi, come del resto è avvenuto sempre, lungo tutta la storia, la vita sociale e politica delle nazioni, sono di grande complessità. È quindi inevitabile che anche i fra i credenti nel vangelo di Gesù si diano valutazioni diverse e si propongano soluzione assai differenziate. In questa legittima e feconda pluralità c’è però un limite, che il grande teologo Von Balthasar negli anni Sessanta avrebbe definito «il caso serio». Egli sostiene che è «caso serio» per la fede, dal quale non si può deflettere, la presa di posizione del credente di fronte alla croce: accettare che sia considerata un mito, un’analogia, un simbolo è una negazione del cristianesimo. È ciò che sta avvenendo quando si mette la difesa dell’identità dell’Europa sotto l’egida del crocifisso e, allo stesso tempo, si intendono sbarrare le porte della nostra terra di fronte alla tragedia di coloro che fuggono dalle loro case a causa della persecuzione e della guerra, con la pretesa di difendere in tal modo la «civiltà cristiana».

IL CROCIFISSO ALLA PARETE E IL CROCIFISSO DEL GOLGOTA

Il crocifisso attaccato alla parete, che nel passato rappresentava la fede nel vangelo di Gesù, viene trasformato nel simbolo di una identità etnica e culturale, diventa un puro oggetto che, al modo del logo di una corporation, dovrebbe avere la funzione di rappresentarne gli interessi. A questo punto il crocifisso affisso alla parete non ha più nulla a che fare con il Crocifisso. C’è un uomo, infatti, su quella croce, a cui si è tolta la parola, visto che Gesù vi fu inchiodato, fra gli altri motivi, anche perché ha voluto che il suo popolo rompesse i confini della sua antica identità di unico popolo di Dio e accettasse di diventare un popolo universale.
Anche in Israele al tempo di Gesù, ricorda don Dianich, in una situazione ben più tragica, si poneva la questione della preservazione dell’identità del popolo di Dio, l’Israele dalla grande tradizione della legge di Mosé, con la sua imposizione di non allacciare rapporti con lo straniero. Ma la predicazione di quel pretendente messia sembrava la mettesse in pericolo, con quel suo predicare che Dio ama tutti, al di là di ogni confine. Quando nella sinagoga di Nazaret Gesù volle ricordare che Eliseo aveva guarito Naaman il siriano, invece dei molti lebbrosi di casa sua, tutti i presenti «si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4, 20-29). Quando in seguito dirà: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio», le sue parole dovettero suonare pericolosamente sovversive, se «in quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”» (Lc 13, 29-31).
Un’altra volta ancora, quando, raccontando la parabola della vigna e dei contadini ribelli, Gesù prospettò che «la vigna» potesse venir tolta agli ebrei e il regno di Dio essere dato ad altri popoli, proprio «in quel momento, gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso» e, se non fu linciato in quella occasione, fu solo perché ebbero «timore della folla» (Lc 20,9-19). Certamente se ne saranno ben ricordati quando, seduti nel sinedrio, procederanno alla sua condanna. Per lui, invece, si trattava di un messaggio così decisivo, da avanzarlo come uno dei criteri con cui egli alla fine dei tempi giudicherà il mondo: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25,43).

COSTRUIRE MURI NON È DA CRISTIANI

Cosi dunque termina: “È quanto basta per ritenere, anche se non lo avesse detto il papa quando lo interrogarono a proposito dei progetti politici di Donald Trump, che ‘una persona che pensa soltanto a fare muri e non ponti, non è cristiana’. Con tutto ciò, chi ne condivide l’impostazione avanzi le sue idee e se ne discuta liberamente nel dibattito politico, né i cristiani avranno alcun motivo per ritrarsene, partecipando liberamente e civilmente al confronto. Ma non possono accettare che si affigga il crocifisso sulla stessa parete sulla quale si progetta di affiggere le ordinanze necessarie per innalzare contro gli stranieri quelle barriere che il Crocifisso, quello in carne ed ossa, sacrificando la sua vita, volle fossero abbattute una volta per sempre.”

Parole da ricordare. Non solo in Toscana, ma anche dalle nostre parti.

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