Oh, mio Dio. Con Dio si deve discutere

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Elie Wiesel, sopravvissuto e testimone della Shoa, grande coscienza dell’ebraismo del Novecento, scomparso poco tempo fa, raccontava che una notte, a Birkenau, fu svegliato da rumori che provenivano dalla baracca in cui dormiva. Incuriosito, andò verso una piccola luce che illuminava un gruppo di uomini. Con sua sorpresa, vide dei rabbini che, incuranti del gravissimo rischio che stavano correndo, discutevano animatamente perché avevano intentato un processo. Un processo a Dio.

UN PROCESSO A DIO NEL LAGER

La vicenda ha dell’incredibile. Ma non troppo, per chi conosce il mondo biblico e la storia ebraica. In fondo, a ben pensarci, sin dalle prime pagine della Bibbia l’ebreo è abituato a interloquire con Dio anche in modo polemico, talvolta quasi sfrontato, per far valere gli argomenti dell’umano al cospetto del Divino. È il tema presente nella tradizione ebraica del riv, della disputa con Dio, a cui Dio risponde. Pensiamo alla discussione di Abramo che mercanteggia con Dio sul numero dei giusti necessari per salvare Sodoma, a Mosè che “ricatta” Dio intenzionato a distruggere Israele dopo il fatto del vitello d’oro, a Giobbe e alla sue lancinanti domande sul dolore innocente. Una familiarità che diventa, a volte, grido, protesta, interrogazione.

DIO DEPRESSO

Mi è capitato tra le mani un delizioso libretto pubblicato da La Giuntina, la piccola e meritoria casa editrice ebraica, dal titolo “Oh, Dio mio”. L’autrice è Anat Gov, che è stata, fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2012, una delle più apprezzate drammaturghe israeliane contemporanee. La trama – disposta in un atto unico – è intrigante: la psicologa Ella (nome che in ebraico vuol dire quercia), donna abbandonata e madre di Lior, un ragazzo affetto da autismo, riceve un misterioso paziente bisognoso di un consulto urgente, il signor D. Dopo pochi minuti di seduta scoprirà che si tratta niente meno che di Dio, un Dio molto umano, e alla ricerca di una cura per una depressione che dura, giorno più giorno meno, da duemila anni. Un Dio che alla tenera età di 5773 anni è in preda a crisi depressive, paura dell’abbandono e voglia insana di spazzare via il cosmo in un nuovo e stavolta definitivo diluvio universale.
Non è facile trattare un paziente di una tale levatura, per di più senza una madre da incolpare, ma Ella, con coraggio e ironia, saprà trovare la via per sciogliere i nodi che hanno fatto ammalare Dio, un Dio che si è ritratto dalla Storia, abbandonando la sua sublime creazione al libero arbitrio degli uomini.

CON DIO SI PUÒ DISCUTERE. SI DEVE

Un testo originale e profondo, divertente, pervaso nella migliore tradizione yiddish da un umorismo sagace, che diventa, battuta dopo battuta, una vera e propria argomentazione teologica. Perché con Dio si deve discutere. Come Dio stesso del resto. Lo dice bene questo vecchia storia yiddish: “Il vecchio rabbino Mordechai Weiss è stato accolto in Paradiso, ma essendo un attaccabrighe e uno che non la smette mai di porre domande, anche lì infastidisce tutti, da Adamo a Mosé, dall’ Angelo Gabriele all’ Eterno. Un giorno anzi gli chiede: Signore del mondo, cosa sono per te mille anni?. Un minuto. E un milione di dollari?. Un centesimo… Signore del mondo, regalami allora un centesimo. Senz’ altro, aspetta un minuto…”

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