Il dolore per le piccole vittime del terremoto: ogni bambino che muore si porta via un pezzo del nostro futuro

0

Quanti bambini, anche oggi, muoiono per fame, per malattia, per la miseria. Spesso nei naufragi della speranza, nei bombardamenti, nei terremoti. E sembra che il mondo se ne accorga solo in determinate circostanze. Il rilievo che viene dato ai piccoli scomparsi è molto alto. Da un lato gioca un fattore importante: il concetto di notiziabilità, per cui i bambini vittime di tragedie sono un sicuro catalizzatore di attenzione, muovendo la pietà, l’indignazione, la partecipazione.
A volte, paradossalmente, sembra che i media scoprano i bambini solo nelle tragedie.
È sufficiente una foto simbolica, lo si scriveva poco tempo fa, per puntare un faro sul disastro e richiamare un più acuto interesse. D’altro canto, non si può non pensare che questa attenzione ai bambini segnali anche una nostalgia acuta per un bene che si fa sempre più raro: i bambini appunto. Sono sempre di meno, li si rimanda fino a che diventa difficile se non impossibile averne, e alla fine spesso il figlio resta unico. Poi arriva l’inimmaginabile. Un terremoto, un’inondazione, una guerra, che colpiscono ad alzo zero e nello sterminare i bambini cancellano il loro futuro e quello di un territorio, di un popolo. Un esempio su tutti. Nel sisma del Molise del 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia rimasero sepolti dal crollo della scuola elementare 27 bambini e la loro maestra: quei bimbi erano tutti del 1996. Da allora San Giuliano di Puglia non ha più la leva del 1996. Quattordici anni dopo, il sindaco Luigi Barbieri nel commentare il terremoto che ha polverizzato Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, dice che sì, oggi la loro cittadina è stata interamente ricostruita, però
“questo non cancella il dolore, qui manca un’intera generazione”.
Una prospettiva che fa venire la pelle d’oca, sia che lo si pensi nel piccolo, sia che lo si immagini traslitterato a livello più ampio. Il film “I figli degli uomini” (2006), tratto dal romanzo omonimo della scrittrice P.D. James, racconta un futuro distopico a noi vicino (è il 2027) in cui gli immigrati sono relegati in campi profughi, mentre il mondo in guerra si sta lentamente estinguendo perché l’infertilità ha colpito la specie umana. Da 18 anni non nascono più bambini e l’umanità intera piange la morte per assassinio di Baby Diego, l’ultimo essere umano nato sul pianeta, ovvero la persona più giovane del mondo. Ad un attivista deluso viene affidata una ragazza immigrata che si scopre incinta: contro chi vorrebbe rapirne il figlio per fini politici, va accompagnata clandestinamente alla nave “Domani”. Dei tanti passaggi terribili del racconto ve ne sono due particolarmente significativi. Il primo quando un’ostetrica ricorda il momento in cui la sua agenda di appuntamenti rimase vuota: “Mentre segnavo l’appuntamento successivo per una ragazza, notai che la pagina del settimo mese era completamente bianca, non c’era neanche un nome. Chiamai una mia amica che lavorava al Queen Charlotte e anche lei non aveva nuove gravidanze. Allora chiamò sua sorella a Sidney. Anche lì la stessa cosa”. E conclude: “Quando i rumori nei parchi gioco svanirono, arrivò la disperazione. Molto strano quello che succede in un mondo senza voci di bambini”. Il secondo passaggio è quando la ragazza dà alla luce una bambina nel mezzo di un momento di guerriglia: quando i tre escono dal rifugio di fortuna con la neonata in braccio, tutti smettono di sparare e, nel silenzio fattosi irreale, guardano passare il prodigio della nascita, la speranza inaspettata. Una scena che si ripete anche oggi. Ogni volta che i vigili del fuoco emergono dalle macerie con in braccio un bimbo miracolosamente vivo la commozione tra i presenti è fortissima, come se quel soccorritore portasse in salvo l’umanità intera. Questo si dovrebbe poter fare ogni giorno: guardare i bambini non solo per piangerli.

Share.

Lascia un commento