Le olimpiadi e la guerra, quella simulata negli scontri sportivi e quella vera

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Le olimpiadi si avviano alla conclusione. Grande evento sportivo, ma non solo. È proprio sul “non solo” che vale la pena fermarsi un poco. Molti hanno parlato di questo “non solo”, di tutto ciò che sta oltre la stretta pertinenza sportiva di Rio 2016.

IL CAMPANILISMO A LARGO RESPIRO DELLE OLIMPIADI

Le olimpiadi sono sempre, tra le molte altre cose, l’inevitabile occasione di un certo campanilismo: noi e gli altri, noi e il mondo intero: il nostro medagliere, a che punto siamo, abbiamo fatto meglio che a Londra, siamo prima della Francia… Ma è un campanilismo sano, a largo respiro: è l’Italia intera che è coinvolta e non una città particolare. Di conseguenza, è un campanilismo dove è difficile vedere i risvolti violenti che spesso segnano il tifo calcistico nostrano. In effetti le olimpiadi sono a Rio e, anche se lo volessimo, con chi dovremmo andare a scontrarci e dove?. Lo sport olimpico suscita un senso di appartenenza alla propria squadra senza l’aggressione verso le altre.

FACCIAMO FINTA DI FARE LA GUERRA

Tuttavia, anche lo sport delle olimpiadi è comunque scontro, lotta: qualcuno vince e molti perdono. Con tanti saluti all’”importante è partecipare” del buon barone de Coubertin. Ma è giusto che sia così: è la logica stessa dello sport. E non solo perché è la logica dello sport, ma perché la lotta degli “scontri” sportivi è una messa in scena della violenza che si trova dappertutto nella nostra società, ma violenza disinnescata, diventata inoffensiva e innocua. È come se dicessimo: facciamo finta di fare la guerra, così la guerra non la facciamo davvero.

L’ISIS NON FARÀ MAI SPORT

Per questo la società in pace fa sport, mentre la società in guerra non ha tempo di fare sport. L’Isis non farà mai sport, non metterà mai in scena la guerra, perché la fa davvero. Tanto da non permettere neppure le condizioni minime perché i suoi giovani possano fare sport. Le sue donne imbacuccate e coperte dal burqa non potranno mai vincere i cento metri.
Semmai, c’è da lamentare che anche nelle nostre società questa bella guerra simulata che è lo sport non funzioni sempre, che riesca a drenare le nostre violenze solo in parte. E la violenza sporge oltre tutte le nostre partite. E non solo per colpa di qualche guerrigliero islamico, ma anche per colpa nostra.
Le stesse società in pace non sono in pace. E hanno bisogno di molto altro che lo sport perché ci sia davvero un po’ meno violenza e davvero un po’ più di pace.

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