Non è la bilancia la misura del coraggio. Soprattutto alle Olimpiadi. Lo sport e il peso delle parole

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Non saranno olimpiadi invernali, queste di Rio 2016, ma certamente è una valanga non da poco quella che si è scatenata su QS – Quotidiano Sportivo, all’indomani della prova olimpionica di tiro con l’arco nella quale le tre arciere azzurre Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia si sono classificare al quarto posto. Il motivo? Il titolo del pezzo – l’ormai tristemente celebre “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico” – che in poche battute è riuscito (nell’ordine) ad umiliare tre giovani atlete nella competizione mondiale più importante del mondo sportivo, a rimarcare la piccolezza para-scandalistica di bassa lega di una fetta della stampa italiana e a riportare in luce il mai abbastanza sottolineato problema del “due pesi e due misure” a seconda che si parli di uomini o di donne.
E poco importa che il direttore della testata, Andrea Tassi, sia stato sollevato dall’incarico a seguito dello scandalo montato sulla vicenda: quel che conta è che nel 2016, nel periodo in cui si sente sempre più spesso rimarcare la presunta inutilità del femminismo, ci siano ancora giornali (e giornalisti) che si sentono il diritto di affibbiare a tre atlete professioniste un ridicolo, sminuente appellativo come “cicciottelle”. Che poi magari sono gli stessi giornali (e giornalisti) che sottolineano quanto il lato B di Rossella Fiamingo sia “disegnato col compasso”, o quanto siano “sexy” le atlete di Rio tra “sport e moda”, o quanto a Tania Cagnotto manchino solo “la medaglia olimpica e il matrimonio”, o quanto il merito dell’oro di un’atleta (donna) sia merito del marito allenatore (uomo), o quanto le tre cicciottelle abbiano “rovinato” un giornalista con una polemica sterile e politically correct.
Gli esempi sono tanti, forse troppi: ma la matrice è sempre la stessa. Poco contano le ore di allenamento, gli sforzi, le rinunce magari nella vita personale e privata, le fatiche che portano un’atleta a rappresentare l’Italia alle Olimpiadi e a mettersi in gioco con i migliori sportivi provenienti da tutto il mondo: sarà sempre una donna da giudicare prima di tutto in base al suo aspetto fisico o in base alla sua “carriera” di moglie, compagna o madre. Sarà sempre una “cicciottella” o una “sexy” prima che una professionista. Poco conta anche il fatto che quelle atlete – bellissime, tutte, ma non per via del corpo più o meno perfetto: per la loro audacia e tenacia, il loro coraggio e la voglia di mettersi alla prova e quella determinazione orgogliosa di chi sa di essere tra i migliori al mondo nel proprio campo – siano lì in rappresentanza di tutti noi, compresi quei cafoni che si permettono di sfotterle o di guardarne le foto sbavando: hanno prestato il volto pulito e fresco all’Italia, e l’Italia l’ha dato in pasto a chi grettamente non riesce a capire che il valore di una donna va ben al di là della misura di circonferenza delle sue cosce.
Io provo allora a chiedermi come si saranno sentite Guendalina, Lucilla e Claudia quando, all’indomani di una cocente sconfitta – mancare per poco il podio alle Olimpiadi – invece di trovare la solidarietà della “loro” stampa, si sono viste definire “cicciottelle” a caratteri cubitali. Posso immaginare la frustrazione, la rabbia, la delusione. E mi consolo pensando che sì, è vero, QS le ha chiamate così: ma subito tantissimi altri giornalisti, commentatori, cittadini hanno fatto sentire il loro sdegno. È ora che ci si inizi a rendere conto del peso specifico che certe parole hanno.

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