Volevo esserci anche (R)io. La fuga di Vincenzo Nibali finisce sull’asfalto

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La storia olimpica di oggi è nata ieri intorno alle 19.49. L’abbiamo vista improvvisamente sdraiata sull’asfalto con la sua bicicletta a pochi metri di distanza e poi seduta sul ciglio della strada, sconsolata. La storia olimpica della seconda giornata dei giochi si chiama Vincenzo Nibali, la nostra stella del ciclismo che stava cercando con classe, orgoglio, passione e sacrificio di conquistare una medaglia, anzi La Medaglia, nella gara in linea di ciclismo. Anche grazie ad altri quattro straordinari compagni – Aru, Caruso, De Marchi e Rosa – era riuscito a portare via la fuga buona, in salita, con prepotenza, scattando a ripetizione e riuscendo a rimanere con altri due avversari. In tre, una medaglia a testa, a 10 chilometri dalla gloria. Era il più forte, in quel momento. Dietro, gli avversari inseguivano a tutta velocità, ma guadagnavano pochissimi secondi. Giunti al culmine della salita i tre di testa si sono gettati in discesa. Nibali, da grande discesista, ha preso subito la testa e ha iniziato a danzare tra una curva e l’altra nella paurosa foresta pluviale brasiliana. Una curva, una controcurva, un rettilineo, a tutta velocità e in apnea, lui e pure chi stava tifando per lui dalla partenza di più di cinque ore prima. La telecamera stacca un attimo sugli inseguitori che iniziano anche loro la discesa, poi torna sui fuggitivi, ma ecco il dramma. Appena dietro ad una curva, il colombiano Sergio Henao che era in fuga con Nibali compare sdraiato per terra. Neanche il tempo di sussultare e di cercare di capire che l’obiettivo della telecamera alza il sipario sulla nostra storia olimpica. Appena davanti al colombiano eccolo lì Vincenzo Nibali sdraiato pure lui a terra. Viene da urlargli di rialzarsi e ripartire, si sa che ha il coraggio e la voglia di divertirsi per farlo, ma presto si capisce che si è fatto davvero male: polso e clavicola rotta. La voce dei telecronisti si spegne. Il battito accelerato dei tifosi torna a battere regolarmente, i muscoli pure loro si distendono dopo cinque ore di tifo e di tensione. Cala improvvisamente il sipario sulle emozioni che erano subentrate per una delle corse più attese delle Olimpiadi per noi italiani. Nibali era il superfavorito e stava rispettando metro dopo metro il pronostico a modo suo, con quel suo stile antico da corridore di una volta, leggendario ed eroico, mosso dallo spirito di un ragazzino salito dalla Sicilia spinto da due gambe e un cuore d’acciaio per vivere di ciclismo. In un attimo le luci dello spettacolo che si erano accese poco prima, si sono spente, improvvisamente come quando salta la corrente. Ammutoliti, noi tifosi abbiamo dovuto affrontare anche l’immagine sportivamente, ma per certi versi anche umanamente, struggente del nostro eroe seduto sul muretto che delimita la carreggiata dal dirupo della foresta. La testa chinata sul palmo di una mano. L’altra che si tiene la clavicola dolorante. Il corpo reclinato in avanti. Le gambe, il motore del ciclista, abbandonate come due arti di una persona qualsiasi sull’asfalto carioca. Nessuna parola se non un “mi dispiace per i ragazzi” sussurrato da Nibali al ct Davide Cassani. La gara va avanti, c’è pure un italiano che potrebbe giocarsi una medaglia, Fabio Aru, ma il tempo si è fermato su quella maledetta curva. Perchè di tanto sconforto? Perchè Vincenzo Nibali è quello sportivo che non può non conquistare, è uno dei pochi ciclisti che preferisce ancora dar retta alle sue sensazioni piuttosto che a numeri e dati scritti su dei computer, è quello che rischia di perdere una gara pur di divertirsi e accendere gli spiriti della gente ed è uno di quelli che corre e vince per tutto l’anno alla faccia di sponsor, interessi, timori e, ancora, valori numerici e asettici dei medici e dei tecnici. Lo Squalo, questo il suo soprannome, aveva puntato tutto su questa corsa rinunciando pure ai gradi di capitano nel corso dell’ultimo Tour de France (da lui conquistato nel 2014) partecipandovi e onorandolo ma mettendosi al servizio di un compagno, Aru. A maggio aveva vinto un Giro d’Italia conquistato coi denti e grazie ad un’impresa all’ultima tappa. Lo aveva fatto anche grazie alla caduta del suo avversario principale Steven Kruijswijk (ma non vinse solo per questo motivo, come i soliti detrattori, invidiosi, sospettosi, forse incompetenti, hanno insinuato). Gli Dei dello sport hanno però sentenziato, pareggiando quella situazione favorevole del Giro mettendolo ko in quella che doveva essere la sua Olimpiade. I Giochi, d’altronde, sono anche perfidi perché non concedono una seconda chance e tutto può risolversi per pochi millesimi o nel giro di un istante. Il risultato però è sempre il medesimo: Nibali non ha vinto, ma ci ha strappato applausi, incitamenti e pure una lacrimuccia quando lo abbiamo visto abbattuto sull’asfalto.

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