Volevo esserci anche (R)io. Alfredo Calligaris e i record di Bolt: quella falcata lunga lo fa “volare”

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Le storie olimpiche sono anche storie di tecnica, perché è vero che lo sport è anche romanticismo, metafora della vita e tutto quel contesto che stiamo provando a raccontare in questi giorni, ma è altrettanto vero che non possiamo dimenticarci che pur sempre di sport si sta parlando e tutto nasce da un gesto atletico. Come vi avevamo promesso presentando questa rubrica, sfruttiamo anche lo ‘zampino’ del Prof. Alfredo Calligaris che le Olimpiadi le ha seguite tutte dal secondo dopoguerra in poi e anche grazie a questo è considerato uno dei padri della medicina sportiva e della preparazione atletica in diversi sport. In particolare c’è una riflessione che Calligaris ha fatto nel libro “Il modellatore di uomini” – che abbiamo scritto insieme ed è stato pubblicato lo scorso giugno – con la quale spiega perché Usain Bolt va così forte e come mai da una decina di anni è l’uomo più veloce del mondo e il suo record è destinato a rimanere intatto per molto tempo ancora, tanto nei 100 metri quanto nei 200. Come si suol dire, cade a fagiolo questa considerazione a poche ore dalla conquista della medaglia d’oro da parte del giamaicano nei 200 metri dopo la vittoria nei 100. Queste le parole del Prof: “Avevamo deciso tra i preparatori dei velocisti e quelli dei saltatori della nazionale di atletica di provare a unire le forze mettendo in competizione (una competizione ideale, naturalmente) gli atleti di punta delle due discipline con lo scopo di migliorare le prestazioni di entrambi e di provare ad applicare alcuni gesti di una disciplina all’altra e viceversa. Uno dei ‘duelli’ più affascinanti che mi diede delle indicazioni importanti, avvenne tra Livio Berruti, appunto, e il triplista romano Giuseppe Gentile, che era agli albori della sua carriera (da qui, Gentile lo conobbi poi molto bene e gli rimasi vicino nella preparazione, anche quando a Città del Messico nel 1968 mantenne per un giorno il record del Mondo superando i 17 metri che gli valsero ‘solo’ il bronzo). Mettevamo Berruti e Gentile in pista lungo il rettilineo dei 100 metri, facevamo partire Berruti dai blocchi e Gentile 50 metri più avanti. La nostra curiosità non era tanto capire chi fosse più veloce quanto comprendere quale fosse la tecnica migliore per andare più forte e con minor dispendio di energie. Berruti infatti correva normalmente, o meglio: come sapeva fare lui; Gentile invece “zampettava” su una gamba sola simulando in un certo senso la rincorsa a passi lunghi che un triplista effettua prima del salto. Ebbene, non di rado a vincere era proprio Gentile e la spiegazione ‘scientifica’ la maturai qualche anno dopo: bisogna considerare che una falcata lunga, come può essere quella di Gentile, allunga il periodo di ‘volo’ nella corsa dell’atleta e in quel momento il consumo di energia è pari a zero e così la spinta ad ogni passo successivo sarà ‘piena’, tanto da consentire una falcata sempre più potente e quindi una velocità maggiore. L’ho già accennato in precedenza, ma negli ultimi anni si è visto come i velocisti abbiano capito che è decisamente più efficiente lasciare andare la falcata, allungandola, negli ultimi metri, piuttosto che insistere nel ‘pestare’ sulla pista dovendo fare i conti con gambe rese fragili e prive di spinta dall’acido lattico. Mio padre me lo aveva detto già tempo prima, basandosi su studi fisici e scientifici: “L’uomo più veloce del mondo deve essere alto 2 metri perché avrà gambe lunghe e il tempo di volo aumenterà, facendogli risparmiare energie preziose”. Questa tesi mi è sempre ronzata in testa e molti dei miei studi si sono basati su questa scintilla paterna, poi è arrivato Bolt che i due metri li sorpassa, ha incenerito i record di velocità e quella scintilla è diventata un fuoco vivo dentro di me, capace di far riecheggiare anni dopo la voce di mio padre che mi ha sussurrato: “Te l’avevo detto”.

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