Volevo esserci anche (R)io. Federica Pellegrini ci ha tenuto svegli alle 3 di notte. E ci ha insegnato il valore di una sconfitta

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Alla fine Federica Pellegrini, ha perso. Diciamolo chiaro e tondo: nella sua gara, quella dei 200 metri stile libero, è arrivata quarta e dunque ha fallito. Anche l’obiettivo minimo, quello della medaglia di bronzo che si è vista sfuggire per più di due decimi, poco ma non pochissimo soprattutto perché la Fede nazionale non è mai stata in gara. Questo è il verdetto sportivo che la piscina di Rio de Janeiro ha emesso. Ma noi siamo alla umile ricerca di qualcosa di più, o meglio di qualcosa di diverso da quello che succede in pochi secondi di gara che non bastano per marchiare a fuoco un atleta olimpico, né che perda né che vinca. Federica Pellegrini questo qualcosa in più, o meglio di diverso, è riuscito a regalarlo nella notte italiana tra martedì e mercoledì. Senza volerlo, o forse sì, è riuscita a tenere svegli o a far svegliare nel cuore della notte una bella fetta di Italia che invece che “fermarsi” come si è soliti dire di quando gioca la Nazionale, si è accesa, ripresa, messa in moto insieme alla propria beniamina. Tutto questo perché lei, Federica Pellegrini, è una di quelle atlete che conquistano il pubblico, nel bene e nel male. Non succede spesso che un atleta riesca a far fermare – pardon, svegliare – una nazione intera, giusto gli Alberto Tomba e i Marco Pantani, con le dovute proporzioni. Ed è ancor più raro che riesca a far saltar fuori dal letto nel cuore della notte persino i giovanissimi: quando ho visto un’arzilla Mariachiara, 14 anni e una passione per lo sport in maturazione, piombarmi sul divano alle 3.16 di martedì notte ho pensato che la medaglia d’oro Federica Pellegrini l’avesse già vinta e che la storia olimpica della giornata fosse questa. Ma c’è di più perchè la nostra portabandiera poi si è tuffata, ha nuotato e ha dovuto accettare il quarto posto. Ed ecco qui che subentra un altro spunto di riflessione: da atleta emotivo, ormai abbastanza maturo almeno sulla carta, sento l’esigenza sempre più impellente negli ultimi tempi di ascoltare le parole di un Campione al termine di una sua prestazione, soprattutto se negativa. E non per curiosità o per farmi dire come mai non sia riuscito a vincere, ma per provare a capire come riesca un Campione – che prima di tutto è un essere umano – ad affrontare le proprie sconfitte per assimilare i suoi insegnamenti, farli miei e metterli in pratica al momento del bisogno. Purtroppo succede raramente di trovare delle analisi che soddisfino, ma alle Olimpiadi la percentuale si alza notevolmente perché in queste gare anche i Campioni mostrano senza alcun filtro il loro più intimo aspetto umano: piangono, ridono, soffrono, gioiscono come se, adolescenti, giocassero al campetto dell’oratorio. Questo gli permette di avvicinarsi molto ai loro tifosi e alla mentalità di un atleta dilettante da intendersi come un pregio in quanto mette a nudo una volta di più la bellezza dello sport e delle Olimpiadi. In questi Giochi in particolar modo fino a che non sento la voce di quell’atleta sconfitto non smaltisco l’amarezza per il suo ko; è successo con Vincenzo Nibali dopo due giorni di rimuginamenti: solo quando l’ho visto in faccia e ascoltato le sue considerazioni, seppur colme di rammarichi, mi sono ridestato. Ed è successo con la Pellegrini, per fortuna nel giro di pochi istanti. Tutta Italia la guardava e la attendeva, lei ha perso e cosa ha fatto? Ha lasciato trasparire dagli occhi che fissavano un punto non definito la cocente delusione e poi ha ammesso di non essere riuscita ad andare forte come si aspettava. Lo ha fatto candidamente senza cercare scuse, ha spiegato che questa situazione l’ha sorpresa e da qui l’ultimo spunto: anche dopo dodici anni di onorata carriera le situazioni possono sorprenderci, il nostro corpo puó sorprenderci, tanto nello sport quanto nella vita. E non c’è una spiegazione. Non c’è soluzione a questo, nemmeno è il momento di provare a trovarla, ma forse è sufficiente prendere consapevolezza che questa dinamica esiste. Nello sport come nella vita, basta prenderne atto per reagire alle sconfitte con più prontezza e serenità.

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