Volevo esserci anche (R)io. Greg e Gabriele, gli eroi del nuoto: storie olimpiche da brividi

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Stanotte ho capito che le storie olimpiche vengono da dentro. Certo, lo spettacolo e la prestazione atletica offerta da un’atleta o da un gruppo di atleti è fondamentale, ma poi è lo spirito del pubblico che decide se emozionarsi o meno. E io stanotte mi sono emozionato come non succedeva da tempo grazie a Gregorio Paltrinieri e Gabriele Detti, rispettivamente oro e bronzo nei 1.500 metri di nuoto. Ho messo la sveglia alle 3.10 (tre e dieci di notte, specificarlo non fa male) per tifare e sperare che i pronostici della vigilia venissero confermati: Paltrinieri è una delle medaglie d’oro annunciate di questa spedizione olimpica, sentivo dire da mesi. Ma io, che Paltrinieri l’avevo visto nuotare e che avevo letto tanti apprezzamenti ‘mediatici’ e popolari su di lui, non riuscivo a farmi coinvolgere dalla sua forza in acqua e dalla sua esuberanza fuori dalla vasca, anzi provavo quasi un certo fastidio, ma non so dire il perché. Poi però, lungo quei quindici minuti di gara dominata dal nostro nuotatore, sentivo i centimetri di pelle d’oca alzarsi da soli metro dopo metro iniziando dal braccio destro, poi il sinistro e fin su per la pancia e il petto fino a pervadere tutta la schiena all’ultima vasca conquistandomi definitivamente. Paltrinieri, con la sua cavalcata trionfale, mi ha fatto venire i brividi. E mi ha fatto pure tenerezza nelle interviste del dopo gara, in cui sembrava (probabilmente solo a me) che cercasse di fare il ‘divo’ trovando frasi ad effetto ed invece tutto ciò che gli usciva dagli occhi, dalla bocca, dalle orecchie, dalle narici, dalla punta dei capelli, era una sorprendente genuinità di un ragazzo che ama nuotare e che improvvisamente (anche se mica tanto) si trova campione olimpico. La storia olimpica vien da sé, non c’è bisogno di andare a cercarla e si moltiplica, si riproduce, si presenta nel cuore di ogni tifoso in maniera diversa, ma costante. E allora ecco che mentre mi facevo prendere dal trionfo di “Greg” e riflettevo su come ‘le storie olimpiche’ riguardino anche i campionissimi costretti a vincere, pena la gogna mediatica, e non solo le seconde linee che gareggiano in modo più romantico, buttavo l’occhio costantemente dietro sulla gara di Gabriele Detti e sorgeva spontanea e travolgente l’altra storia olimpica, se possibile ancor più entusiasmante. Paltrinieri vinceva, quasi con facilità, Detti invece arrancava tra la quinta e sesta posizione tanto da uscire anche dalle inquadrature più strette. Ma mentre tutto il tifo nuotava insieme a Gregorio, Detti raccoglieva tutte le sue energie – conservate con un’intelligenza straordinaria – e iniziava a rimontare. Quinto, quarto, poi terzo fino al tocco sulla piastra dell’arrivo. Ad ogni bracciata riusciva a conquistare pochi centimentri, ad ogni colpo di gamba era un sussulto, ad ogni respiro una battaglia di nervi con gli avversari. Ogni posizione conquistata richiedeva qualche secondo di apnea, più per noi sul divano che per lui in vasca, ma alla fine ce l’ha fatta e è riuscito a triplicare i brividi che avevano trovato già terreno fertile sulla mia pelle. Chi fosse Detti non lo sapevo prima di questi Giochi, ma le storie olimpiche sanno essere anche un colpo di fulmine capace di farti sentire tremendamente vivo e coinvolto in un’impresa sportiva alle 3.10 di notte, che nel frattempo erano diventate pure le 3.25.

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